PSY…OPS! Quando la guerra si fa con le parole.

stemma del gruppo operativo PSYOPS dell’Ohio

Dal Grande Fratello orwelliano alla guerra psicologica

In un suo recente intervento, Alessandro Marescotti (www.peacelink.it ) ha giustamente messo in evidenza, a proposito di quanto sta accadendo in Siria, che le varie fonti d’informazione si ritrovano stranamente nel definire “disertori” quelli che, a rigor di logica e di vocabolario, dovrebbero essere chiamati “insorti” o partecipanti ad una “sedizione” militare. Questa osservazione gli dà lo spunto per una riflessione sull’uso propagandistico degli strumenti informativi e sulla preoccupante diffusione – dal secondo dopoguerra ad oggi – di una vera e propria strategia di manipolazione del pensiero e del linguaggio, come strumenti di guerra psicologica.

Il riferimento d’obbligo, in questo caso, è l’incredibilmente profetico romanzo di George Orwell “1984” (Nineteen Eighty-Four), quello che – tanto per intenderci – ha avuto, suo malgrado, la sventura di dar origine alla fin troppo nota espressione “Grande Fratello”. E’ questa, infatti, la traduzione di “Big Brother”, il “deus ex machina” che controlla e dirige come automi telecomandati tutti coloro che vivono sotto il regime assoluto e totalitario guidato dal partito chiamato Socing/Engsoc”.

E’ davvero incredibile come Orwell sia riuscito ad avere, già nel 1948, una visione talmente netta e dettagliata di quella realtà – massmediatica prima ed informatica poi – dalla quale milioni di esseri umani sarebbero stati sempre più condizionati, se non asserviti del tutto, grazie ad una sottile revisione del pensiero e dell’espressione linguistica, che lo veicola e ne è l’ovvio interfaccia.

Mi sono ricordato allora di un mio vecchio scritto – datato non a caso 1984…- nel quale analizzavo questa manipolazione logica (“Bispensiero/Doublethink”) e linguistica (“Neolingua/ Newspeak”), suggerendo anche una strategia per opporsi, nonviolentemente, ad entrambi. Ecco uno dei brani del romanzo che citavo:

“Se si vuole comandare e persistere nell’azione di comando, bisogna anche essere capaci di manovrare e dirigere il senso della realtà… [...] Bispensiero sta a significare la capacità di condividere simultaneamente due opinioni palesemente contraddittorie ed accettarle entrambe [...] La Neolingua era intesa non ad estendere ma a diminuire la possibilità di pensiero; si veniva incontro a questo fine, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole…”  (questa e le successive citazioni erano tratte dall’ediz. italiana, Milano, Mondadori,1983).

Rileggere, oggi, questi brani del romanzo orwelliano fa venire i brividi. Come non restare  stupiti, poi, di fronte alla constatazione che questi due processi di “addomesticamento” e massificazione del pensiero e del linguaggio, mediante un’accurata programmazione della mente umana, erano stati previsti dall’autore intimamente legati all’uso delle tecnologie informatiche?

Programmare un linguaggio-macchina, sottolineava già negli anni ’70 il cibernetico Silvio Ceccato, comporta l’eliminazione di ogni forma di originalità biologica e culturale, allo scopo di perseguire una “oggettività” ed “universalità” comunicativa, sì da “…sopprimere i contenuti del pensiero-linguaggio che fanno riferimento alla personalità dei parlanti…”  (S. Ceccato, La terza cibernetica. Per una mente creativa e responsabile, Milano, Feltrinelli, 1975)

Tornando alla cronaca di quanto sta accadendo oggi in Siria – ma è da poco accaduto in molti altri paesi arabi del Mediterraneo – è evidente che l’informazione ha fatto largo uso di tutte le tecniche neo-linguistiche per indirizzare subdolamente le menti di lettori, ascoltatori, telespettatori e cybernauti nella direzione voluta da chi ha deciso da anni chi sono i buoni ed i cattivi, facendo derivare da questo assioma tutte le altre considerazioni.

“Il 4 aprile 1951, il presidente statunitense Truman istituì lo Psychological Strategy Board (PSB), il primo organismo statale destinato a pianificare, coordinare e condurre operazioni di controllo psicologico di massa. I primi manipolatori psicologici compresero che quando si vuole agire su una quantità enorme di soggetti, bisogna “trasformare la realtà”. E il modo più efficace e rapido per cambiare la realtà a nostro piacimento è cambiare le parole con cui descriviamo la realtà. “La sostituzione di una sola parola – scriveva William Nichols (direttore di “This week magazine” – può aiutare a mutare il corso della storia”.

Noi comuni mortali, ovviamente, ignoriamo che alle nostre spalle e sulle nostre teste migliaia di persone siano state accuratamente formate alla manipolazione del pensiero e del linguaggio, in modo da far giungere al nostro cervello solo le informazioni gradite, escludendo le altre che, guarda caso, sono spesso proprio quelle vere… Eppure, ricorda Marescotti, già nel 2002 “…il New York Times riportò che l’Office of Strategic Influence (OSI) del Pentagono stava “elaborando dei progetti per divulgare notizie, magari anche false, a beneficio dei media stranieri nell’ottica di influenzare l’opinione pubblica e i decisori politici di paesi amici e non”.

Quando però i militari della NATO si resero conto che la sigla “PSYOPS” ( Psycological Operations) era troppo esplicita, in una nota ufficiale il Tenente Colonnello Steve Collins – a capo della struttura omonima con sede presso il Comando Supremo in Belgio – corresse il tiro, scrivendo che sarebbe meglio “…”utilizza(re) una terminologia più vaga, evitando termini come operazioni psicologiche e optando per quelle che alcuni consideravano delle espressioni più accettabili come “operazioni di  informazione”. (vedi: http://www.nato.int/docu/review/2003/issue2/italian/art4.html )

La “verità” confezionata dai militari

Siamo di fronte ad un’abituale applicazione del “Newspeak” che caratterizza ormai il linguaggio dei media, contrassegnato da espressioni “polically correct”o, comunque, capaci di non impressionare negativamente il lettore-ascoltatore-spettatore.  Chiamare “operazioni informative” quelle che nascono invece come manipolazioni psicologiche è di per sé una mistificazione. Nello stesso Dizionario dei Termini Militari e di quelli Associati, a cura del Dipartimento della Difesa USA  ( JP 1-02 DOD Dictionary of Military and Associated Terms) troviamo scritto, infatti, che: “Le Operazioni Psicologiche sono operazioni pianificate  per veicolare informazioni ed indicatori selezionati ad un pubblico straniero, per influenzare le loro emozioni, motivazioni, ragionamenti oggettivi e, in ultimo, il comportamento dei governi stranieri, come di organizzazioni, gruppi ed individui.”

Queste operazioni – che si integrano con quelle di “intelligence” e di “guerra psicologica” – vengono perfino designate con un colore diversificato, a seconda del grado di mistificazione raggiunto. Quelle “bianche”, infatti, sono azioni attribuite al loro effettivo autore (i servizi informativi della Difesa o, comunque, del Governo. Quelle “grigie” sono “deliberatamente ambigue” ed attribuibili a fonti non-ufficiali. Le operazioni “nere”, infine, sono addirittura attribuite a fonti abitualmente ostili alla politica governativa, e sono utilizzate come un supporto segreto e “coperto” ai piani strategici “scoperti” dei militari.

Dal 1985 (anno significativo…) la sede dell’USA-CAPOC (U.S. Army Civil Affairs and Psycological Operation Command (http://www.usacapoc.army.mil/ ) si trova a Fort Bragg (North Carolina) e comprende due Unità Operative dedicate alle PSYOPS, una nell’Ohio e l’altra in California. Ho notato che lo stemma del primo Gruppo riporta una fiaccola (simbolo del sapere) che s’incrocia in basso con due saette, convergenti sul cartiglio col motto latino “veritas”. L’altra unità è contrassegnata da uno stemma con la stessa fiaccola, questa volta però affiancata a sinistra da una penna d’oca e a destra da una spada ricurva. Le stesse insegne ufficiali ed i distintivi del CAPOC rappresentano poi il “cavallo” degli scacchi, circondato dal motto: “Persuadere-Cambiare-Influenzare” (fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/USACAPOC ).

Il guaio è che la principale vittima di questi corpi militari scelti è proprio quella “verità” di cui essi vorrebbero farsi scudo ma che, per essere tale, non può né deve essere sottoposta ad un trattamento finalizzato a persuadere la gente, a cambiare i fatti e ad influenzare le opinioni. Non pensiamo, d’altra parte, che questa specie di “psycological warfare” riguardi esclusivamente i militari statunitensi ed il Pentagono. L’Italia, infatti, non ha mai smesso di far parte di quell’Alleanza Atlantica alla quale resta tuttora vincolata in tutti i sensi, al punto che la sua stessa sovranità nazionale me risulta pesantemente limitata ed il territorio ed il mare italiani sono costantemente sottoposti al ferreo controllo della NATO.

Un articolo di A. Scarpitta del marzo 2010, poi, ci informa sulle “psyops” italiane in Afghanistan  con queste parole: “La comunicazione operativa si prefigge lo scopo di far conoscere, in maniera adeguata e credibile, il fine dell’impegno militare italiano e alleato in Afghanistan, modificando positivamente la percezione di tale impegno presso la popolazione locale, grazie alla capacità di accentrare, controllare e gestire le informazioni” [...]. Lo scopo è poter influenzare le percezioni, le suggestioni ed il comune sentire dei civili attraverso l’analisi dell’impatto psicologico delle operazioni ed orientare tali sentimenti a favore del nostro operato. [...]In questo contesto, le comunicazioni operative debbono fornire e gestire le notizie in termini coerenti con le necessità delle operazioni e con le finalità del nostro impegno militare, contribuendo a creare un clima generale favorevole al buon esito della missione…”. (http://www.loccidentale.it/articolo/enduring+freedom.+le+psy+ops+italiane+in+afghanistan+.00873809 )

Apprendiamo dal citato articolo che, per studiare e divulgare a loro volta queste interessate “elaborazioni” della verità fattuale, così da meglio asservirla alle finalità delle operazioni militari e per giustificarle agli occhi dell’opinione pubblica, i nostri bravi militari seguono degli appositi corsi. Essi si addestrano a queste tecniche, col supporto di specialisti informatici, giornalisti, psicologici ed altri compiacenti “tecnici”, presso una struttura nazionale, ma anche in dotti corsi accademici all’estero.

“Questi compiti fuori dal comune sono affidati al 28° Reggimento Comunicazioni Operative “Pavia”, un assetto specialistico pregiato del nostro esercito di recentissima costituzione basato a Pesaro [...] La Sezione Corsi, inserita nell’Ufficio OAI (Operazioni Addestramento Informazioni). Il “Pavia” è infatti sia unità di impiego che addestrativa, provvedendo direttamente alla formazione del proprio personale. [...] A questo si aggiunge, per gli aspetti più marcatamente militari, la stretta collaborazione con forze alleate che già dispongono di esperienze consolidate nel settore delle operazioni psicologiche, come il Civil Affairs/Psychological Operations Command (CAPOC/A) statunitense, che assicura corsi e seminari tenuti a Fort Bragg o a domicilio da istruttori molto qualificati, o la Scuola di Intelligence britannica.[...] A tal fine alcuni elementi qualificati vengono inviati presso enti e comando alleati all’estero, come lo SHAPE o la NATO School di Oberammergau.”(vedi art.cit.).

Ebbene, adesso sapete che, quando ascoltate un notiziario TV, leggete un quotidiano oppure  navigate in Internet – il vero “Grande Fratello” è sempre presente, con la sua preoccupante capacità di controllare e di orientare il pensiero, anche attraverso il linguaggio quotidiano. Nel caso della politica, poi, siamo di fronte a quelle che qualcuno ha efficacemente definito “armi di disinformazione di massa”.

L’intenzione, spiegava Orwell, è quella di rendere ogni discorso “….indipendente il più possibile da una corrente di pensiero operante…”, facendo della Neolingua – asettica, omologata e ambivalente – il codice ideale per impedire ai nostri cervelli di svolgere il loro pericoloso compito di comprensione,di analisi e di valutazione della realtà.

Ormai resi ottusi, massificati ed istupiditi, vivremmo forse più tranquilli, però avremmo smarrito del tutto la nostra scienza e coscienza, come c’insegnava già 250 anni fa il saggio Voltaire:

“Non avete vergogna ad essere infelice, dal momento che alla vostra porta c’è un vecchio automa che non pensa a nulla e che vive contento?” “Avete ragione – mi rispose – cento volte mi son detto che sarei felice se fossi stupido come la mia vicina, e tuttavia non saprei che farmene di una felicità così…” (Voltaire, Il bianco e il nero ed altri racconti, 1764 ).

© 2012 Ermete Ferraro

DAI ”MALI COMUNI’ AI ‘BENI COMUNI’ ?

“Mal comune, mezzo gaudio”: chi è che non ha sentito dire e ripetere in varie circostanze questo noto proverbio?  Si tratta di una diffusa massima popolare, presente anche in altre tradizioni popolari, come quella inglese (“Trouble shared is a trouble halved”) , francese (“Douleur partagée est plus facile à supporter”) o in spagnolo (“Mal de muchos consuelo de todos”).

Noi Napoletani, poi, questo proverbio ce lo siamo sentiti ripetere da secoli – nella versione “Guajo ‘ncomune, mez’ allerezza” – subdolamente ispirata da chi aveva tutto l’interesse di far ricorso alla consolatoria “filosofia popolare” per minimizzare, se non occultare, le troppe schifezze che il suddetto popolo era costretto a sopportare.

Del resto, anticamente il filosofo latino Lucio Anneo Seneca aveva giù sentenziato: ”Pudorem rei tollit multitudo peccantium”, lasciando chiaramente intendere che la moltiplicazione di quelli che fanno peccato è sempre servita per decolpevolizzarli, cancellando la vergogna per il peccato.

Di “mali comuni”, insomma, si è sempre parlato e chi, come me, è nato e vive a Napoli ha ormai fatto l’abitudine a questo strano principio, in base al quale passare un guaio insieme diventerebbe più sopportabile, quasi un’utile occasione per praticare una “condivisione” solitamente più rara quando si tratta di momenti di gioia o di piacere.

Essere napoletani ci ha tragicamente assuefatto ad una serie infinita di “mali comuni”, che vanno da trasporti scadenti e irregolari allo storico problema della raccolta e smaltimento dei rifiuti; dal quotidiano confronto con uffici affollati ed inefficienti ad un traffico assurdo e fracassone; dall’abusivismo edilizio ai mille piccoli abusi quotidiani perpetrati di parcheggiatori, venditori e ‘capuzzielli’ che controllano il territorio. Però, poi, ci si ricordava provvidenzialmente di “mal comune, mezzo gaudio” e si tornava a sorridere dei nostri guai, magari davanti ad una fumante tazzina di caffè, come acutamente ricordava Pino Daniele in una nota canzone: “E nuje tirammo annanze, cu ‘e rulùre e’ panza / e invece e c’aiutà c’abboffano ‘e cafè”.

Ma all’improvviso noi Napoletani ci siamo trovati di fronte uno che non c’invitava a bere caffè o altro per dimenticare, consolandoci con la vecchia storia del “mal comune”. Un politico non-politico (un po’ come il tessuto non-tessuto…) che aveva finalmente il coraggio di mettere il dito nella piaga del “male in Comune”, additando il finto antagonismo dei partiti di maggioranza e di minoranza come una delle principali cause di degrado morale e civile della Città. Uno che esortava i cittadini a portare aria nuova e pulita nello squallido teatrino della politica locale, efficacemente dipinta dallo stesso Pino Daniele quando scriveva: “…stanno chine ‘e sbaglie, fanno sulo ‘mbruoglie / s’allisciano, se vattono, se pigliano o’ ccafè…”.

Per molti di noi “alternativi delusi”, ma anche per tanti giovani giustamente insofferenti, il magistrato de Magistris che sindacava i sindaci e lanciava appelli “politicamente scorretti” ha rappresentato un provvidenziale ciclone. Questo è diventato ancor più vero quando il candidato-sindaco ha chiaramente lasciato intravedere la prospettiva di una vera “rivoluzione dal basso” ed ha cominciato a parlarci di “beni comuni” anziché dei soliti “mali comuni” cui eravamo abituati. Intorno a lui, infatti, si è polarizzato un consenso ampio e vivace, che abbracciava parte della frammentata area ex-comunista ma anche ampi strati della cultura e dell’arte, attivisti ambientalisti antinuclearisti e pacifisti, radicali ed ex socialisti, perfino alcuni imprenditori di ampie vedute.

La parola d’ordine della sua campagna elettorale – vittoriosamente culminata nella nomina a Sindaco di Napoli – è stata sì quella della trasparenza amministrativa e della partecipazione popolare, ma soprattutto quella dei “beni comuni”, contrapposti alla logica perversa della gestione consociativa delle risorse del territorio, ma anche a quella dominante delle privatizzazioni.

Il problema vero, a quanto pare, non è stato quello di “scassare” il muro delle resistenze e delle opposizioni da parte di una classe politico-amministrativa votata all’immobilismo o, peggio, alla scandalosa abitudine a lucrare utili e “gaudio” dai “mali comuni” di Napoli. Il problema più grosso – a distanza di oltre mezzo anno dall’elezione di de Magistris – sembra invece quello di tener fede agli impegni assunti coi Napoletani, cambiando effettivamente rotta e lasciandosi alle spalle le disastrose esperienze dell’era bassoliniana.

Pur volendo mostrarsi tolleranti per un avvio comprensibilmente difficile da parte di una amministrazione che aveva appuntato su di sé troppe aspettative e che doveva inventarsi un modus operandi del tutto nuovo, il guaio è che siamo ancora troppo lontani dalla realizzazione del programma alternativo di cui il neo-sindaco si era fatto promotore e paladino.

La mia associazione ambientalista, nel giro di questi pochi mesi, ha già avuto modo di impattare più volte, e con ovvio disappunto, contro questioni che, sia nel merito sia nel metodo, l’attuale amministrazione comunale pretenderebbe di risolvere in modo tutt’altro che trasparente e partecipato.  La stessa agenda del Sindaco de Magistris – e quindi le sue priorità di governo del territorio – sembrano essere state finora improntate a valutazioni del tutto personali più che ad un reale ed effettivo confronto con movimenti ed organizzazioni che pur lo hanno sostenuto lealmente.

Come in una triste collana, egli ha infilato infatti una serie di decisioni verticistiche quanto opinabili, che vanno dal mancato rilancio del ruolo delle municipalità cittadine alla ricerca di “grandi eventi”; dalla maldestra gestione della vicenda-rifiuti all’incredibile e spudorata rincorsa dell’America’s Cup, ipotizzando per essa locations che hanno letteralmente fatto inorridire i veri ambientalisti, come la mai bonificata Bagnoli o il vincolato lungomare Caracciolo.

Pressato, sia pure con discrezione e rispetto, il nostro Sindaco e la sua Giunta (una specie di “tavola rotonda” di cui evidentemente egli si sente re Artù…) non è parso granché disponibile al confronto con la sua stessa base e con la cittadinanza, a meno che non si trattasse di assemblee da lui programmate, di “audizioni” graziosamente accordate oppure di fumose ed affollate “consulte” tematiche. Lo stesso Consiglio Comunale è platealmente apparso come la versione maxi di quei tristi dieci “parlamentini” zonali, dove si discute a vuoto di cose già decise altrove.

Tornando ai “beni comuni”, non si può che plaudire alle coraggiose scelte operate dall’Amministrazione de Magistris in materia di tutela dell’acqua pubblica e di restituzione ai cittadini di alcune strade e piazze prima invase permanentemente dalle auto. Ciò premesso,  onestamente non si riesce però a comprendere a quale logica alternativa e “comunitaria” rispondano altre discutibilissime decisioni, come ad esempio quella di privatizzare di fatto uno dei luoghi verdi e tutelati dell’area occidentale, l’area zoo-edenlandia, appaltandolo ad una multinazionale del divertimento di massa, oppure quella di trasformare la Villa Comunale ed il lungomare più bello del mondo nella vetrina mediatica del baraccone pseudo-sportivo delle regate per la “Vuitton Cup”.

Se tutto questo viene proposto ed imposto violando anche vincoli ambientali e svendendo inestimabili “beni comuni” agli interessi speculativi, in cambio di un’improbabile visibilità mediatica, la cosa diventa ancora più preoccupante.

Nel momento in cui scrivo, a Napoli si sta svolgendo un’affollata kermesse politica, di taglio nazionale, fortemente voluta da de Magistris in un momento in cui la sua credibilità sta scemando a livello locale. Il “Forum dei Comuni per i Beni Comuni” è l’ultima trovata del Nostro, che ha dichiarato: “…la nostra amministrazione comunale l’ha fortemente voluto, considerandola una occasione preziosa per discutere dei beni comuni e della democrazia partecipativa, per analizzare anche quelle esperienze di politica dal basso che alcune amministrazioni comunali stanno realizzando”.

Secondo de Magistris, infatti, si tratta di un’occasione: “…per confrontarci su come si possa costruire una democrazia partecipativa dal basso che abbia come filosofia di fondo la difesa e la promozione dei beni comuni, come l’acqua, il sapere, la conoscenza, il mare, il territorio. Dal concetto dei beni comuni, infatti, può nascere un movimento di liberazione e, quindi, di politica dal basso“.  La dichiarazione prosegue richiamando la “costruzione di alternative politiche, sociali, culturali ed economiche a modelli che ormai sono falliti, quelli del liberismo e della concentrazione di poteri, i quali hanno prodotto così tante e profonde diseguaglianze sociali inaccettabili” e conclude affermando trionfalmente: “Alla fine saremo tutti più consapevoli e magari anche pronti per elaborare insieme un percorso, una strategia per costruire uniti un’alternativa dal basso, un’alternativa capace di sintetizzare esperienze virtuose, laboratori, movimenti, lotte per i diritti e per il cambiamento”.

“Bene! Bravo!”, ci sentiamo di gridare di fronte a queste nobili parole, anche se istintivamente ci torna alla mente il noto sketch di Petrolini che interpreta Nerone osannato dalle folle…

Tutto questo va molto bene, infatti, ma il vero problema è far collimare siffatte dichiarazioni (nelle quali l’espressione “dal basso” ricorre in modo martellante) col fatto di un’Amministrazione che, intorno alla tavola rotonda della giunta, sta assumendo decisioni innegabilmente verticistiche, come l’esportazione via mare in Olanda di tonnellate d’indifferenziata spazzatura partenopea doc oppure l’incredibile sperpero di denaro pubblico per “fare i baffi” alla scogliera di Caracciolo e per pavimentare (sic!) un giardino pubblico di eccezionale valore storico-ambientale.

A proposito di mare, poi, che fine ha fatto la sbandierata volontà di de Magistris di smilitarizzare e denuclearizzare quello di Napoli? Come mai la prima visita ufficiale del neo-sindaco è stata proprio a quel Comando della U.S. Navy di Capodichino che poco tempo prima aveva dichiarato di voler eliminare, insieme ad un Aeroporto civile e militare che la variante al Piano Regolatore avevano già di fatto cancellato?

“Risposta non c’è…” recitava la traduzione italiane del celeberrimo “Blowing in the Wind” di Bob Dylan. Però i versi del testo originale erano: “How many times can a man turn his head/ pretending he just doesn’t see?// The answer, my friend, is blowing in the wind…”. Ecco perché, anche nel caso di queste domande, se è vero che la “risposta sta soffiando nel vento”, è anche vero che un uomo degno di questo nome non può “girare la testa, fingendo che non ha visto niente”.

Il primo bene comune da difendere è la libertà di ragionare con la propria testa e nessun “Napoleon” potrà convincerci che la fattoria per gli animali sia meglio della fattoria degli animali.

Orwell docet…

© Ermete Ferraro 2012

IL MIO RICORDO DI GIGI BUCCI

Sono stato invitato dal SUNAS – che ringrazio – ad aggiungere a quello di tanti altri il mio personale ricordo del caro amico Gigi Bucci, che un anno fa è stato bruscamente ed assurdamente sottratto ai familiari, agli amici ed alle tante persone con le quali si rapportava ogni giorno, nella sua varia ed instancabile attività professionale e sindacale.

Il mio intervento, più che come una relazione da collega – dal momento che da 25 anni ormai sono un insegnante di scuola media – nasce dalla lunga amicizia che mi ha legato a lui fin dai primi anni ’70. Anni difficili quelli, ma pieni di speranza, che ci hanno visto partecipi di tanti momenti felici, in compagnia di comuni amici, con la colonna sonora delle canzoni dei Beatles e degli slogan pacifisti. Gli anni in cui si è consolidato il mio rapporto di sincero affetto per una persona semplice, spontanea e solare, ma anche di stima e di comunanza d’idee ed esperienze.

E’ impossibile per me ricordare Gigi Bucci senza riportare alla mente, come in un album fotografico, le immagini delle manifestazioni in difesa dell’obiezione di coscienza, di accanite discussioni e riunioni della L.O.C., ma anche di tante passeggiate, gite in comitiva e momenti di conviviale allegria, contrassegnati dalle sue inconfondibili e clamorose risate. Gigi, per me, è stato un po’ il fratello minore che non avevo: un ragazzo pieno di slanci, caratterialmente diverso eppure estremamente vicino nella sua travolgente carica di giovanile entusiasmo.

Ecco, Gigi era, ed è rimasto sempre, un giovane, capace di spendersi senza limiti per una certa causa, insofferente delle mediazioni e delle convenzioni, schietto e privo di tatticismi, profondamente ottimista, al punto da contagiare chi gli stava intorno, ma nondimeno attento alle situazioni e dotato di sano realismo.

Molti suoi colleghi/e lo hanno ricordato per la sua grande disponibilità umana e per la carica d’ironia ed autoironia con cui riusciva a sdrammatizzare anche le situazioni conflittuali, con l’antica saggezza di chi non vuol prendersi troppo sul serio.

Tanti lo hanno ricordato poi, e lo faccio anch’io, per le sue umorali e reboanti sfuriate e per la malcelata insofferenza verso ritardi, difficoltà ed ostacoli che gli si frapponevano, rallentando la sua naturale impulsività di persona estroversa e diretta.

Il fatto è che Gigi era troppo vitale e coinvolto in prima persona in quello che faceva per poterli tollerare, ma ciò non significava che il suo impegno professionale fosse improntato ad uno spontaneismo ingenuo e privo di strategia. Egli, al contrario, ha saputo dimostrare  – come assistente sociale e come rappresentante sindacale – che entusiasmo passione possono e devono coniugarsi alla preparazione culturale, alla professionalità ed alla serietà, senza le quali si rischia di fare solo confuso attivismo.

E’ stata ricordata, a tal proposito, la sua visione strategica ed il suo scrupolo nella difesa di una professione viziata da troppi stereotipi e che in Italia non ha mai avuto vita facile né adeguati riconoscimenti. Ebbene, la necessità di collocare l’agire quotidiano di un operatore sociale su un piano più complessivo e in una prospettiva di trasformazione della società è stato un altro punto che ci ha accomunato a lungo. Ci ha accomunato perciò lo studio delle politiche sociali e dell’evoluzione del sistema italiano di welfare  - dall’assistenza paternalistica allo stato sociale, fino a giungere all’attuale progressivo trasferimento dei servizi sociali ad una gestione mista o delegata ad un sempre più ambiguo privato sociale. Un’analisi – svolta sui documenti ma soprattutto sul campo – dalla quale scaturiva la necessità di non inserirsi in modo passivo ed acritico in un ambito ed in un ruolo stabiliti dall’alto e sempre più burocratizzati. Bisognava, bisogna piuttosto, riprendere in mano tale importante professionalità, per progettare e portare avanti interventi mirati e strategici su un tessuto sociale che, nel frattempo, ha continuato pericolosamente a deteriorarsi e lacerarsi.

Parole come ‘volontariato’ e ‘solidarietà’  – troppo spesso pronunciate  superficialmente e senza reale spessore umano sociale e politico – non hanno mai attirato più di tanto Gigi Bucci, che rifuggiva dalle astrattezze ed ha costantemente cercato il modo migliore per rendere significativo ed effettivo il proprio intervento, prima in campo educativo-sociale e poi come operatore socio-sanitario e, dopo ancora, come attivista e leader d’un Sindacato e d’un Ordine che vogliono ridare dignità, autonomia e peso specifico agli assistenti sociali italiani.

Abbiamo più volte ricordato con altri amici comuni, ridendoci su, la sua prima esperienza in quella storica Casa dello Scugnizzo dove io, giovane vomerese laureato in lettere, avevo cominciato a svolgere dal 1975 il non facile ruolo di operatore volontario, prima come obiettore di coscienza in servizio civile e poi come animatore socio-culturale di gruppo.

“Qualunque cosa, ma non l’operatore con i ragazzi! “ aveva sentenziato Gigi a gran voce, trovandosi invece, dopo poco, a svolgere proprio l’esorcizzato ruolo di educatore di decine di terribili quanto adorabili scugnizzielli di Materdei.  Lo ricordo ancora in mezzo a loro, come loro vivace rumoroso e sanguigno, però forte della sua precedente esperienza d’istruttore di boy scout e carico della sua creatività e vivacità naturale.

Lo ricordo anche come impegnato collega di ricerche-azioni sociali nel quartiere e di concrete battaglie per un lavoro sociale ‘dal basso’, al servizio della comunità locale ma soprattutto delle sue componenti più fragili e problematiche. Quei ragazzi, quelle donne e quegli anziani che – per citare il comune e compianto maestro Mario Borrelli – il Centro Comunitario si proponeva di sostenere ed affiancare nel loro cammino di coscientizzazione e partecipazione, riassunto efficacemente dal suo corrosivo motto: “Noi serviamo quelli che non servono a quelli che dovrebbero servirli”…..

Ricordo poi che, avendo egli vinto un concorso dopo che entrambi eravamo diventati assistenti sociali a tutti gli effetti, le nostre strade si separarono ed il terreno d’impegno umano e sociale di Gigi – prima ancora che di lavoro professionale – diventò quello dell’assistenza a soggetti tossicodipendenti, presso l’ex struttura ospedaliera del San Camillo alla Sanità, denominata SERT. Me lo rivedo ancora davanti, sorridente e bonario anche in mezzo a quel deprimente universo d’emarginazione, mentre sperimentava il suo originale approccio umano e professionale in un ruolo poco gratificante e raramente fonte di soddisfazioni, anche perché legato nei fatti più alla terapia e riabilitazione che ad una vera prevenzione.

Ecco perché l’impegno di Gigi, negli anni, si è manifestato spesso all’esterno della struttura, con molti incontri nelle scuole, forse per riequilibrare quel suo scrupoloso, ma difficile e spesso penoso, lavoro di recupero di tanti giovani. Ecco perché la sua esperienza egli ha sempre voluto condividerla cogli altri, da formatore e da docente del corso di laurea in servizio sociale dell’ateneo fridericiano di Napoli.

I suoi colleghi hanno citato le sue doti di umanità e di sensibilità, la sua innata tendenza all’accoglienza ed alla solidarietà. Anch’io vorrei sottolineare le sue doti umane e professionali, messe per tanti anni al servizio dell’Ordine degli Assistenti Sociali – di cui è stato il primo presidente regionale – e soprattutto del SUNAS, che è stato fino all’ultimo la sua casa-madre, dove ha svolto un’infaticabile funzione non solo come combattivo sindacalista e attento dirigente dell’organizzazione, ma anche come giornalista, vivace comunicatore ed attivo consulente.

Credo, comunque, che il ricordo della competenza professionale di Gigi non possa essere disgiunto dalla sua grande carica umana, ricca di spontaneità e di passione. E’ per questo che le istantanee che lo ritraggono e perfino le immagini filmate di alcuni suoi interventi ufficiali o formativi sono spesso caratterizzate dalla sua contagiosa risata di bravo ragazzo, estroverso e caparbio, ma sempre attento agli altri ed alle loro esigenze.

E allora ti vogliamo salutare allora nel modo più semplice, affettuoso e familiare, che era poi il tuo modo consueto di stare in mezzo agli altri. La maniera attraverso la quale hai intrecciato con tanti di noi una relazione solida e fiduciaria, in cui l’uomo ed il professionista si sono costantemente identificati. Naturalmente ci manchi tanto ma, come tutte le persone di spessore, ci hai lasciato molto più che dei semplici ricordi. Ecco perché, nonostante tutto, ti sentiamo ancora in mezzo a noi, per stimolarci a fare di più e meglio, con la tenacia e l’entusiasmo che ti hanno sempre contraddistinto. Ciao, Gigi!

(*) Testo dell’intervento all’iniziativa, organizzata dal SUNAS e dall’Ordine degli Assistenti Sociali, in ricordo di Luigi Bucci (Napoli – Auditorium Giunta Regionale Campania – 13.01.2012)

TELE-COMANDO – REMOTE CONTROL

Se qualcuno mi domandasse qual è, a mio parere, l’oggetto-simbolo delle nuove generazioni, non avrei dubbi nel rispondere: il telecomando. Sì, parlo proprio di quell’oggetto scuro, oblungo, costellato di tasti con numerini e letterine bianche, abbastanza piccolo da impugnarsi con la mano della quale, peraltro, sembra esser diventato una specie di prolungamento elettronico. Se la mia vi sembra una definizione troppo elementare, basta che consultiate l’inesauribile oracolo dei nostri tempi, chiamato Wikipedia, per vedervi snocciolare illustrazioni e spiegazioni molto più precise. Un utile esercizio – linguistico ma anche socio-culturale – che vi consiglio è quello di leggere articoli corrispondenti in lingue diverse dall’italiano, per apprezzarne le sottili sfumature. Nel caso del nostro telecomando, lo troviamo definito in italiano come: “dispositivo elettronico che consente d’inviare… segnali ad un dispositivo situato a distanza”. La versione inglese descrive il remote control come: “componente di un’apparecchiatura elettronica…usato per manovrare senza fili un televisore, da una breve distanza visiva”.  La formulazione francese è più ampia e parla di un: “…dispositivo, generalmente di taglia ridotta, che serve a manipolarne un altro a distanza…..e interagire con giochi, apparecchi audiovisivi…la porta di un garage…di vetture…etc.”. Quella  spagnola del mando a distancia ribadisce che si tratta di: “un dispositivo elettronico usato per realizzare un’operazione a distanza su una macchina…”. La definizione tedesca, più puntigliosa, distingue, infine, tra il Fernbedienung – “dispositivo elettronico portatile che può essere usato per operare su brevi e medie distanze (all’incirca da 6 a 20 metri)” ed il Funkfernsteuerung (ossia: radiocomando), usato per il “controllo” a distanze maggiori.

Ma non è di questo specifico apparecchio che volevo parlarvi. Le sue definizioni, comunque, ci aiutano a centrare il nucleo della sua funzionalità. Verbi come “inviare segnali”, “operare su-”, “controllare”, “manipolare”, “comandare” mi sembrano, infatti, particolarmente significativi del valore simbolico di quella scatoletta nera che usiamo tutti i giorni per inviare ordini a distanza, con un semplice click. La nostra epoca è stata spesso definita “digitale” e nella visione comune – visto che non tutti sanno che in inglese digit vuol dire “cifra” – questo termine è stato non a caso identificato con l’utilizzo delle dita per schiacciare gli svariati pulsanti e tasti dei quali, a quanto pare, non sappiamo più fare a meno… Ammettiamolo: viviamo in un’era definibile “digitale” soprattutto perché le agili dita, ed in particolare i velocissimi polpastrelli dei nostri figli e nipoti sono continuamente in esercizio, per tele-comandare i molteplici apparecchi domestici, ma anche, indirettamente, la nostra vita.  Le nuove generazioni sono ormai talmente abituate a martellare su quei tasti che sembrano convinte di avere in pugno la bacchetta magica dei nostri tempi, con la quale possono decidere cosa fare e come farlo, in base a proprie scelte, valutazioni e desideri.

Ecco che il telecomando non è solo quel che appare – cioè un dispositivo elettronico che usa i raggi infrarossi o altre tecnologie di trasmissione dati ad apparecchi e congegni più o meno distanti – ma piuttosto un segno, un oggetto simbolico, una riedizione moderna dell’ermetico caduceo, della prodigiosa wand di maghi, fate e streghe, lo scettro magico del potere sugli altri. In questo senso, la pervasiva presenza di telecomandi ed apparecchi similari (dai telefoni cellulari agli i-phone) rappresenta una nota caratteristica del nostro tempo, un marchio che caratterizza il modo di vedere le cose dei nostri ragazzi e di porsi di fronte alla realtà. Una realtà che, per loro, è sempre manipolabile, modificabile, influenzabile grazie ad un congegno, tenuto saldamente in mano. Un mondo sul quale – in base alla diffusa mentalità indotta dal meccanismo dei riflessi condizionati – sarebbe sempre possibile intervenire, condizionando situazioni ed eventi a nostro favore, per realizzare aspirazioni, impulsi o decisioni. Questo psicotico delirio di onnipotenza, che caratterizza troppi giovani e giovanissimi, finisce col renderli apparentemente sicuri di sé, ma in realtà molto insicuri e fragili, intolleranti di ogni proibizione e di qualsiasi fallimento o frustrazione che la vita non manca mai d’infliggere.

“Comandare a bacchetta” si usava dire una volta. Beh, oggi si crede di poter telecomandare il mondo con un semplice click , illudendosi che quel dito ultraveloce possa davvero manipolare la realtà. Basta auto-convincersi che sia sufficiente collegarsi con chiunque, dovunque si trovi, per provare la  straordinaria sensazione dell’onnipresenza e l’ebbrezza del potere di chi riesce a ‘manovrare’ a distanza cose e persone…  Purtroppo – o, forse, per fortuna…. – le cose non vanno esattamente così e questo non può che procurare traumi psicologici ed ammaccature fisiche a chi  fosse convinto di disporre d’una bacchetta magica universale e di non avere alcun tipo di limiti. Alle nuove generazioni abbiamo, colpevolmente, lasciato credere che il telecomando della loro esistenza fosse in loro pugno, mentre avremmo dovuto fargli acquisire il senso del limite e, al tempo stesso, aiutarli ad avere abbastanza fiducia in se stessi per affrontare, consapevolmente, avversità e sfide della vita quotidiana.  Non abbiamo certo fatto il loro bene, a mio avviso, e soprattutto li abbiamo esposti ad una serie di prevedibili scacchi, col rischio di mandare in frantumi le loro false sicurezze e di creare sbandati e frustrati, che si credono “perdenti” solo perché non riescono a far girare il mondo esattamente come vorrebbero.

Credo però che siamo ancora in tempo per cercare di ovviare ai nostri sbagli. Sia da genitori sia da educatori, quindi, cerchiamo di limitare le conseguenze deleterie di questo irragionevole modo di pensare ed agire, aiutando i nostri ragazzi a guardare in faccia la realtà e ad affrontarla con la loro testa, non con le loro dita. Anche l’intelligenza è una forma di prontezza, che non richiede polpastrelli ultrarapidi bensì esercitate capacità di ascoltare, parlare, leggere e scrivere. Ci vogliono anche capacità logiche ed espressive, abilità tecniche e competenze complesse, ma soprattutto strumenti di analisi e di risoluzione dei problemi, anche con molte incognite, come quelli che ci presenta ogni giorno la nostra esistenza, qui e ora. I telecomandi ,ovviamente, continuiamo pure ad usarli, ma solo come raffinati ed utili strumenti tecnologici e non come prolungamenti magici delle nostre mani e del nostro pensiero che, se ben coltivato, è più potente di migliaia di computer ed altri aggeggi elettronici.

 © 2012 Ermete Ferraro

I FANTAPROFESSORI / THE FAIRLY ODDTEACHERS

Avere dei ragazzini in casa, alla mia non tenera età, comporta anche doversi spesso sorbire delle trasmissioni televisive piuttosto particolari, come la serie di cartoni animati “Due Fantagenitori”.  Le avventure degli stravaganti “Fairly Odd Parents” del decenne Timmy Turner, infatti, rallegrano da parecchio tempo i nostri pranzi familiari, per cui sono ormai diventato quasi un esperto del “Fantamondo” e dei suoi incredibili abitanti. La loro interferenza con le vicende umane, peraltro, talvolta mi ricorda un po’ le leggende greche sulle divinità dell’Olimpo, ora protettrici ora minacciose verso i poveri mortali.

Un insegnante, d’altra parte, non può essere completamente ignaro del colorato e scoppiettante mondo dei “cartoons” ma, secondo me, conoscere i moderni miti televisivi dei ragazzi è un modo per esserne meno distanti e per capirne meglio i gusti e lo stesso linguaggio. Chi si occupa di letteratura, poi, ritengo che non dovrebbe ignorare quella cosiddetta “popolare”, di cui le moderne fiabe animate – con i loro stereotipi e la loro sottintesa filosofia – fanno sicuramente parte. Non va trascurato neppure, infine, il valore sociologico di storie che, per quanto strampalate e fantasiose, non fanno altro che rispecchiare l’assai poco fantastica realtà di oggi.

In un mondo in cui i veri genitori, quelli normali, stanno a poco a poco scomparendo – sostituiti maldestramente da videogiochi e babysitters  - non c’è niente di strano se l’immaginario collettivo abbia evocato proprio dei fantagenitori.  Essi infatti, con la loro magica presenza, intervengono per supplire la preoccupante assenza – fisica o psicologica – di troppi padri e madri in carne ed ossa.L’affascinante idea di poter magicamente rimpiazzare la realtà della propria famiglia – troppo spesso desolante o comunque poco attraente – con una coppia di fantastici esponenti di un mondo incantato non si spiega, però, solo con l’ovvia ed universale ricerca di una realtà più piacevole, rosea e fatata. Mi sembra che rispecchi anche l’ansiosa aspettativa di un rapporto meno conflittuale con la vita quotidiana di un ragazzino come Timmy, caratterizzata da genitori strambi e molto distratti, da prepotenti bulli come Francis, da perfide bambinaie come Vicky ed anche da insegnanti schizzati come Denzel Crocker, ma anche da compagni poveri o comunque ‘strani’ come Chester, Elmer o Sanjay. Un vissuto che ospita pure presenze piacevoli o desiderate, come la vezzosa Trixie, una ragazzina vanitosa e ricca che, però, tratta con disprezzo lui e i suoi amici.

Uno degli elementi caratteristici delle avventure di Timmy Turner, su cui è il caso di soffermarsi, è l’insospettabile presenza di “nemici” che lo circondano, rendendogli difficile la vita e facendo diventare indispensabile il continuo intervento magico dei suoi due Fantagenitori. Timmy è letteralmente perseguitato da personaggi minacciosi o invadenti (Francis, Vicky, Dark Laser, Remy Buxaplenty, perfino la piccola Tootie) e questo dovrebbe forse farci riflettere sul fatto che l’esistenza di un bambino/a è spesso meno pacifica e serena di quanto solitamente si pensa. Una seconda considerazione è che l’aggressività dei ‘cattivi’ di questo cartone animato – in inglese i “villains” – ha quasi sempre origine nelle loro frustrazioni infantili (come nel caso del maniaco e feroce prof. Crocker o di Francis il bullo, col padre il carcere ed inutilmente innamorato di Britney oppure del ricchissimo ma sempre solo Remy Buxaplenty).D’altra parte gli stessi Fantagenitori che subentrano al fianco di Timmy come fatati supplenti di quelli veri, ne rispecchiano un po’ le caratteristiche. Cosmo, svagato, tontolone, bugiardo e maldestro, assomiglia a Papà Turner. Wanda, intelligente attiva e  perspicace, sembra invece l’alter ego di Mamma Turner, dotata d’insospettabili risorse ma spesso troppo presa dai suoi impegni lavorativi.  La verità è che perfino il Fantamondo – proprio come l’Olimpo degli antichi Greci – non sembra immune da conflitti e problemi, si tratti dell’atteggiamento da boss e della rudezza militare del muscoloso Jorgen Van Strangle oppure dell’arroganza mafiosa del papà di Wanda, Big Daddy, un Fantapadrino molto irritabile e sgarbato, che si occupa di sospetti ed abusivi smaltimenti di spazzatura magica…

E’ interessante notare, a questo punto, che gran parte di queste tele-avventure  – come succede in altri più titolati e raffinati cartoni animati tipo “The Simpsons” – hanno come ambientazione il colorato, ma sempre conflittuale, mondo della scuola. Timmy frequenta la strana “elementary school” di Dimmsdale  (una città che ha per mascotte la capra Chompy ed un sindaco a vita), la cui preside è la sig.ra Waxelplax e la cui platea scolastica risulta molto variegata. Essa comprende infatti sia alunni modello come il geniale A.J. e ragazzini ricchi e viziati come Remy Buxaplenty e Trixie Tang, sia parecchi “sfigati”, come il maleodorante Chester Mac Badbat,  il foruncoloso Bob Elmer o il pluriripetente Francis. Quest’ottuso e violento dodicenne, in effetti, risulta il punto intermedio fra “vincenti” e “perdenti” – le categorie in cui gli americani amano dividere la comunità, compresa quella scolastica – dal momento che sfoga le sue frustrazioni facendo il bullo di professione e cerca così, con la sua prepotenza gratuita, di uscire in qualche modo dalla cerchia dei “loosers”.Tale microcosmo educativo-didattico appare cupamente caratterizzato dal maniacale e severo atteggiamento del prof. Denzel Q. Crocker – perennemente ossessionato dalla presenza dei Fantagenitori di Timmy, che tenta invano di documentare –  ma anche dalla finta dolcezza della prof.ssa Sunshine, che sostituirà l’esaurito collega nel ruolo di supplente-cacciatrice di fate. Le stravaganti lezioni dello schizzato Crocker si concludono spesso con temibili verifiche scritte, a loro volta portatrici per Timmy e compagni di una pioggia di “F”, la valutazione che in USA indica l’insufficienza totale. Insomma, l’immagine di una scuola dura quanto poco rasserenante e educativa, che si limita a rispecchiare le stridenti contraddizioni della società, contribuendo a perpetuare ed allargare la forbice che divide i perdenti dai vincenti. I personaggi del Fantamondo, certo, intervengono continuamente per soccorrere Timmy e per esaudire i suoi desideri. Niente, però, riesce a modificare nella sostanza una realtà così poco piacevole e molte delle richieste di Timmy ai suoi Fantagenitori si riveleranno, fatalmente, un’arma a doppio taglio, ragion per cui dovranno essere poi precipitosamente ritrattate.D’altra parte, gli stessi Cosmo e Wanda non possono accontentare il loro protetto più di quanto glielo conceda il loro inflessibile manuale, il librone delle“D.A. Rules”. Queste ferree regole prevedono infatti una serie di limitazioni alla libera espressione dei desideri. Ad esempio, non si può vincere un gioco o una gara barando, non si possono falsificare i soldi, non si possono uccidere o far ammalare  i propri nemici né si possono resuscitare i morti. Insomma, anche nel Fantamondo non è possibile realizzare tutto quello che si vuole e perfino lì esistono dei limiti ben precisi.

Questo vuol dire che, semmai a qualcuno venisse in mente d’inventarsi dei nuovi personaggi fatati – ad esempio dei Fantaprofessori – dovrebbe comunque fare i conti con le “D.A. Rules”. Personalmente, mi chiedo in che modo i miei alunni/e potrebbe immaginarmi in queste vesti fantastiche. Certamente mi vorrebbero più compiacente e meno rigido nel rispettare le regole scolastiche. Forse un po’ più divertente e meno esigente rispetto allo studio. Sta di fatto che nessun Fanta-insegnante potrebbe mai venir meno al suo ruolo di educatore, anche se forse non sarebbe male che la scuola, nel suo insieme, diventasse meno formale e più vicina alla sensibilità ed ai desideri dei suoi alunni/e. Ma per questo occorrerebbe un Fantaministro dell’Educazione, che la smettesse finalmente di stivare le aule di studenti ed evitasse di provocare ai poveri docenti i danni di un progressivo esaurimento nervoso, dovuto ai continui provvedimenti, che rendono tutto instabile, provvisorio e loro stessi sempre più precari.Per quanto mi riguarda, sarei anche disponibile a sottopormi al magico “Poof!” della bacchetta magica di Cosmo e Wanda per diventare il Fantaprofessore che i miei alunni desiderano ma forse, prima, sarebbe il caso di chiedere a loro quali cambiamenti avrebbero in mente. Non si sa mai….

 © 2011 Ermete Ferraro

UNA GIUNTA IN GABBIA

Chi, come me, ha partecipato all’incontro pubblico su “Edenlandia e Zoo” – tenuto il 20 dicembre scorso  nella sala multimediale del Consiglio Comunale di Napoli – si è trovato a vivere un’esperienza al tempo stesso frustrante ed irritante.  L’affollata assemblea era stata convocata da diversi comitati di base, che da tempo si stanno mobilitando per evitare che il decretato fallimento della società che gestiva sia “Edenlandia” sia il giardino zoologico di Napoli si trasformi nell’assurda e spregiudicata privatizzazione di una delle poche aree della città con un’indubbia vocazione ambientale. Per quanto mi riguarda, per la terza volta mi sono trovato in quella sala comunale con la sgradevole sensazione di chi cerca di dialogare con un interlocutore latitante. Un soggetto che dovrebbe essere un naturale punto di riferimento istituzionale ma che, viceversa, si nega ad un vero confronto, trincerandosi dietro argomentazioni aridamente burocratiche.

Era già successo in occasione  dell’assemblea ecopacifista sull’inadempienza dell’amministrazione comunale in materia di informazione alla cittadinanza sul porto nucleare di Napoli. La seconda circostanza era dovuta alla preoccupante sordità della Giunta de Magistris alle legittime preoccupazioni espresse dai movimenti ambientalisti sul progetto di preregate dell’America’s Cup in una Bagnoli ancora tutta da risanare dai suoi veleni. La terza è, ora, la grottesca vicenda di un Comune che, essendo titolare per il 75% d’una società per azioni creata per gestire in modo ‘produttivo’ un’importante area pubblica a verde, di fronte al fallimento del suo precedente affidamento ai privati, non sa ipotizzare niente di meglio di una nuova gara internazionale di appalto. Tutto questo, ancora una volta, con scarsa trasparenza delle procedure ed in totale dispregio non solo della sbandierata “progettazione partecipata”, ma perfino di un elementare rispetto del decentramento amministrativo e delle aspettative della comunità locale. La ‘rivoluzione arancione’ del neo-sindaco de Magistris era riuscita a scuotere la stanca e delusa opinione pubblica napoletana ricorrendo a parole d’ordine programmatiche come “trasparenza subito”, “democrazia è partecipazione”, “beni comuni”, “sviluppo locale”, ecc. (vedi su: www.sindacopernapoli.it ). Eppure sono bastati pochi mesi dalla sua indiscutibile affermazione elettorale perché i suoi stessi sostenitori avvertissero in bocca l’amaro della delusione e del disincanto.  A onor del vero, il protagonismo e l’impostazione di de Magistris, al tempo stesso decisionista e populista, lasciavano intuire che molto di quell’alone alternativo era probabilmente destinato a ridimensionarsi, a contatto con la dura realtà di un’amministrazione disastrata come quella napoletana. Però la mutazione genetica della sua ‘orange revolution’  è stata talmente fulminea che non pochi dei suoi stessi supporters stanno cominciando seriamente a preoccuparsi e, in parecchi casi, a prendere le distanze da alcune scelte assolutamente non condivisibili.

L’episodio della brutale dismissione di Edenlandia e Zoo – ufficialmente decretata dal giudice fallimentare – è l’ultima dimostrazione della preoccupante virata dell’attuale Amministrazione. Una giunta che, nata col marchio dell’alternativa, sembra aver rinunciato al confronto con la sua stessa base, preferendo inseguire la deprecata logica bassoliniana dei grandi eventi e degli appalti.  Lo stesso imbarazzante intervento nel corso dell’assemblea di due importanti assessori come Realfonzo (bilancio) ed Esposito (attività produttive) è suonato falso. E’ apparso la palese dimostrazione dell’atteggiamento di sufficienza e scarsa disponibilità all’ascolto da parte di un’amministrazione che ormai decide priorità programmatiche e modalità d’intervento nel chiuso della sala-giunta, lasciando nello sconcerto quelli che hanno dato credito a chi prometteva “aria nuova” in Comune, lanciando pesanti moniti ai soliti “prenditori”. L’unica cosa che la giunta de Magistris può fare – ha freddamente argomentato un burocratico Realfonzo – è porre alcuni ‘paletti’ ai futuri gestori dell’area, cercando di conciliare una non meglio precisata “riqualificazione dell’area” con la conservazione dei posti di lavoro che vengono meno con la chiusura delle due strutture. La verità – ha giustamente sottolineato l’autore di uno dei pochi articoli dedicati a quest’assurda vicenda – è che l’unica cosa che sembra stare a cuore all’attuale Amministrazione è la salvaguardia del contratto di locazione dell’area.(http://www.napolimonitor.it/2011/12/21/9867/edenlandia-e-zoo-il-privato-che-avanza.html).

Il fatto è che si avverte negli interventi dei due assessori un’assai minore preoccupazione per il destino dei lavoratori in cassa integrazione, ma sembra che resti del tutto fuori dai loro interessi la sorte di un’area verde di straordinario interesse e quella dei poveri animali ingabbiati di uno zoo sul punto di essere brutalmente sfrattato. Eppure è evidente che mettere a gara l’affidamento dell’intero complesso, sperando che qualche multinazionale del “leisure” s’illuda di trarne un business milionario, vuol dire privatizzare brutalmente e senza credibili garanzie un’ampia zona, gravata peraltro da vari vincoli ambientali ed archeologici. Significa soprattutto liquidare nel modo peggiore – dopo prolungata agonia – l’infelice esperienza di un giardino zoologico che ambientalisti come me avevano contestato fin dagli anni ’80, ma dalla quale molti visitatori meno eco-sensibili uscivano con la sgradevole sensazione di una struttura anacronistica e sostanzialmente triste. L’imbarazzo, peraltro, sembra attraversare anche le file degli inascoltati interlocutori della Giunta. Pur proponendo un percorso diverso dal bando ed avanzando interessante ipotesi di attività alternative a quelle vagamente “disneyane” che sembrano ispirare l’Amministrazione de Magistris, la “base” eco-sociale dell’assemblea non è finora riuscita a partorire una posizione davvero unitaria. Sono stati avanzati progetti un po’ minimalisti (la ‘fattoria didattica’, uno spazio affidato al commercio equo e solidale…) e perfino reboanti proposte imprenditoriali per attingere ai fondi comunitari per finanziare lo sviluppo dell’intero “distretto culturale” Fuorigrotta-Bagnoli. Eppure sembra che il problema del destino dei tanti animali dello Zoo napoletano rimanga un’appendice della vertenza della decina di lavoratori cassintegrati oppure la mera questione di assicurare spazi un po’ più ampi ed aperti a quelle povere bestie.

Nel mio intervento – a nome dell’associazione VAS – ho ribadito che, come ambientalisti, non siamo assolutamente d’accordo con qualsiasi ipotesi che preveda la prosecuzione dell’apertura al pubblico del giardino zoologico di Napoli. La sproporzione assoluta tra le entrate derivante dai biglietti d’ingresso (circa 3 mila euro) e le spese di mantenimento minimale della struttura (almeno 50.000 euro) è, d’altra parte, la dimostrazione che nessuno zoo è in grado di autogestirsi. La dipendenza a carico del parco- divertimenti già non era sostenibile e lo sarà ancor meno per un nuovo soggetto privato, a meno che non sia talmente folle da investire i propri soldi in un’operazione ‘a perdere’.  Senza una reale conoscenza del contenuto e delle clausole del bando di gara prossimo venturo, allora, bisogna assumere delle posizioni non equivoche. Il rispetto per la vita e la dignità degli animali intrappolati nello zoo partenopeo – umano prima ancora che animalista – esige che si assumano decisioni che ne garantiscano la tutela da ogni operazione speculativa. Ciò significa chiudere definitivamente la struttura, ma anche impedire che le smanie speculative di chi vuol mettere le mani su quell’area della città comportino una brusca ed indiscriminata deportazione degli animali attualmente presenti. La nostra associazione si è espressa molto chiaramente in proposito ed un articolo del nostro referente per il mondo animale, il dott. Michele Di Gerio, è stato recentemente pubblicato come editoriale sul sito nazionale di VAS. In esso, tra l’altro, si legge che: “…segregare gli animali in luoghi angusti, costringendoli a sopportare temperature diverse da quelle fisiologiche, farli nascere al di fuori dei loro ambienti naturali rappresenta la violenza verso uno stato biologico del quale l’animale è portatore. Molto spesso gli animali rinchiusi negli Zoo smarriscono definitivamente la propria indole naturale sostituendola con uno stato di abbattimento, torpore e paura, manifestando spesso atteggiamenti diversi da quelli della loro natura; infatti, ho visto orsi impauriti e struzzi bloccati sulle loro zampe. Perciò, ritengo molto importante evidenziare che il quadro rappresentato dagli animali degli Zoo distorce completamente le reali espressioni della natura per cui non è da considerarsi né un modello scientifico, né un esempio pedagogico.”  (http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali).

E’ per questo motivo che continueremo a batterci, con gli altri esponenti del mondo ecologista ed animalista, perché l’ennesima crisi dello zoo napoletano non sia lo squallido pretesto per disfarsene sbrigativamente, svendendo ai privati quell’area, pubblica e vincolata, a fini speculativi.  Trattandosi indiscutibilmente di un “bene comune”, un’operazione del genere, così come il mancato ascolto delle istanze e proposte della cittadinanza e delle associazioni, sarebbe indice di totale contraddizione con le promesse di trasparenza e di partecipazione popolare che hanno convinto tanti napoletani a votare l’attuale Sindaco, per voltare finalmente pagina. Su una cosa, però, noi di VAS siamo d’accordo con tanti altri interventi. Non si tratta di affrontare singole vertenze su specifici ambiti: la bonifica di Bagnoli, l’utilità di eventi spettacolar- commerciali come l’America’s Cup, la salvaguardia dell’area ancora a verde del complesso della Mostra d’Oltremare oppure i piani di recupero di quella occupata ancora per poco dall’ex-comando NATO. Il vero problema è la preoccupante assenza di una proposta complessiva ed organica dell’amministrazione comunale sull’intera area occidentale della città, che non può essere sostituito da generici appelli alla sua “riqualificazione”. E’ questa, infatti, una parola che evoca significati diversi, se non opposti, se a pronunciarla è un danaroso imprenditore straniero oppure forze culturali e sociali che perseguono un modello alternativo di sviluppo, più equo, solidale ed ecosostenibile.  Da una giunta che si è qualificata come il nuovo che avanza ci aspettiamo meno chiacchiere imbarazzate e più fatti. Meno cortine fumogene burocratiche e più trasparenza ed apertura. Meno discorsi da ‘governo tecnico’ e più proposte coerenti col programma per cui è arrivata al governo della città.  Del resto, da animalisti, vogliamo che a liberarsi dalle gabbie non siano solo gli animali dello zoo, ma anche chi ci amministra.

© 2011 Ermete Ferraro

UN FASTIDIOSO…NEONATO

di Ermete Ferraro (*)
1 -  Un problema rimosso

In un drammatico momento, in cui a Napoli la vita quotidiana è ancora condizionata dalla mai cessata emergenza rifiuti, mettendo a dura prova la determinazione del nuovo sindaco e della sua giunta, sembrerebbe fuori luogo mettersi a discutere di basi militari e di porti nucleari. Eppure, proprio perché la percezione della gravità di questi problemi da parte dei cittadini resta molto bassa, bisogna evitare che situazioni gravissime di militarizzazione del suolo e delle acque della nostra regione passino del tutto sotto silenzio.

Subalternità politica e provincialismo dei media, infatti, hanno contribuito in larga parte alla generale disinformazione su temi come il rischio nucleare che minaccia i porti di Napoli e di Castellammare di Stabia, oppure la realizzazione di un gigantesco comando NATO in prossimità del Lago Patria e del litorale giuglianese-domizio. Le poche notizie su questi argomenti, se e quando riescono a raggiungere i cittadini, danno comunque per scontato che si tratta di qualcosa che non riguarda la loro vita ed i loro interessi, ma alte strategie politico-militari sulle quali, in ogni caso, essi non avrebbero modo d’intervenire e di esprimere un’opinione.

Ebbene, credo che contro questa espropriazione del diritto di sapere e di criticare bisogna lanciare una seria campagna di controinformazione, per cercare di accrescere la consapevolezza della gente. Bisogna fare in modo che si formi un’opinione pubblica che non debba più sottostare ai condizionamenti sia del sistema militare – per sua natura portato a classificare tutto come segreto – sia di politici senza scrupoli, faccendieri ed organizzazioni criminali, che vedono in queste operazioni appetitose occasioni per far circolare – e poi intercettare – il denaro pubblico.

Il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania [1] opera da molti anni come aggregazione di varie organizzazioni impegnate a contrastare il complesso militare-industriale ed a creare mobilitazioni – dal basso e con metodi nonviolenti – contro la logica perversa del militarismo e della guerra. I suoi principali obiettivi operativi, in questi ultimi tre anni, sono stati la lotta per la denuclearizzazione dei porti della regione ed il contrasto alla militarizzazione di sempre nuove aree del territorio.

Vivere in Campania vuol dire trovarsi immersi in una delle aree più militarizzate d’Europa. Cuore della strategia NATO ed USA, la stessa città di Napoli non si è mai liberata dall’occupazione militare dei suoi ex-Liberatori. Essa, infatti, è costretta da decenni a convivere con una realtà del tutto autonoma ed estranea. Una realtà svincolata dalle vigenti norme urbanistiche, ambientali e sanitarie, sottratta a qualsiasi controllo da parte di chi dovrebbe governare il territorio e, perciò stesso, al di sopra di ogni principio democratico di trasparenza e di sovranità territoriale. Basterebbe questo, a prescindere da altre considerazioni di carattere specificamente politico, perché i cittadini/e della Campania si mobilitino in difesa dei loro diritti, contro l’arroganza di chi spadroneggia a casa loro, in nome di un’equivoca e non richiesta ‘protezione’.

Questo breve contributo (dopo quello sul rischio dei porti nucleari [2] quindi, si propone di fare un po’ di chiarezza sulla vicenda del trasferimento del Comando NATO da Bagnoli al Lago Patria, in nome di una controinformazione su questioni che ci toccano tutti da vicino, ma anche per creare le premesse di quella mobilitazione, democratica e pacifica, contro chi – da troppo tempo – ha militarizzato il suolo, le acque e perfino l’etere della nostra Campania.

2. I precedenti (1980-2000)

Già negli anni ’80 ebbi a definire questa città straniera dentro la nostra città col nome di “Nàtoli” e poi, da consigliere provinciale, ripresi questa ironica denominazione in un articolo del 1992, pubblicato sulla rivista ufficiale dell’ente locale. [3]  Il guaio è che, da un bel po’ di tempo, a chi amministrava “Nàtoli” il solo territorio di Agnano, Bagnoli, Nisida e Capodichino stava ormai troppo stretto. Il peso dell’AFSOUTH e dei comandi integrati delle operazioni navali NATO-USA erano diventato eccessivo, passando dalla sola regione meridionale dell’Europa al controllo dei nuovi scenari strategici balcanici, medio-orientali e, più recentemente, arabo-africani.

Ecco allora che, nel 1997, l’allora sindaco di Napoli Bassolino non si fece scrupolo di firmare un protocollo d’intesa col comando AFSOUTH, che prevedeva il suo trasferimento in una mega-struttura di 13 piani, da realizzare nel Centro Direzionale di Napoli. Com’è facilmente immaginabile, questo Pentagono partenopeo avrebbe avuto un enorme impatto urbanistico ed ambientale. Sarebbe stato collocato, infatti, nel bel mezzo di un’area cittadina densamente abitata, tra la stazione ferroviaria centrale, l’aeroporto civile e militare di Capodichino e lo stesso Centro Direzionale napoletano. Grazie all’intervento di “ScardiNATO” – un network ecopacifista promosso dai Verdarcobaleno, da Rifondazione Comunista e dalla sezione napoletana di Pax Christi – in quell’occasione ci fu però una dura reazione, accompagnata dall’informazione diretta dei cittadini dei quartieri popolari limitrofi e culminata in un pacifico corteo di protesta. Probabilmente non furono le proteste dei residenti e di quel comitato a far recedere i vertici NATO dal procedere nel senso della progettata relocation del Quartier Generale di Bagnoli. Certo è che, in breve tempo, dell’ipotizzata megastruttura da realizzare al C.D.N. non si è saputo più nulla.

La soddisfazione per l’obiettivo raggiunto, però, ha fatto progressivamente venir meno la mobilitazione degli ecopacifisti napoletani che negli anni successivi non hanno saputo né potuto intervenire adeguatamente sulla scelta di una nuova area in cui traslocare il vecchio Quartier generale alleato. Dopo vari studi, infatti, essa era stata localizzata dalla NATO nel sito che ne ospitava la vicina centrale ricevente, un’area già costellata da radar ed antenne nei pressi del Lago Patria, ad una ventina di chilometri a nord-ovest di Napoli.  Come  si  ricorda sul sito di quello che sarebbe diventato nel 2004 il Comando AJF (Allied Joint Forces) [4] – la decisione fu ratificata a Roma nel 2001 da un Protocollo d’Intesa, sottoscritto dall’amm. J. O. Ellis (Com.te in Capo dell’AFSOUTH) e dall’allora Capo di S.M. della Difesa, il gen. M. Arpino.

“Per facilitare il progetto – vi si spiega – fu formato il PMO (Ufficio Multi-nazionale per la Gestione del Progetto. Il suo compito era indicare una moderna struttura per monitorare lo stato dell’arte, che avrebbe massimizzato l’efficienza operativa, ma anche fornito l’intera gamma delle attrezzature ricreativo-assistenziali. Per un progetto di così largo ed alto profilo, il supporto della nazione ospitante è essenziale, per cui il Ministero della Difesa italiano ha generosamente provveduto ad una squadra di collegamento specializzata, il ‘Progetto AFSOUTH 2000’. I suoi compiti includono le relazioni – a nome e per conto di AFSOUTH – con le autorità locali, relativamente a svariate questioni, come la pianificazione delle licenze, gli standard nazionali  e la fornitura di servizi pubblici. Nel loro insieme, l’AFSOUTH e la squadra italiana formano il JPCO (Ufficio di Coordinamento Congiunto del Progetto” [5]

Un anno dopo, nel marzo 2002 il nuovo Comandante in Capo della struttura alleata consegnò al Vice-Capo di Stato Maggiore italiano, il gen. V. Camporini, il progetto completo del nuovo Quartier generale e delle attrezzature annesse. Completata la gara d’appalto internazionale da parte del governo italiano, si aggiudicò il contratto per la realizzazione delle opere civili un consorzio temporaneo d’imprese formato dalle società per azioni italiane “Condotte” e “Sirti”. Il primo gruppo è la storica società cui sono stati affidati i lavori per l’Alta Velocità  nei tratti TO-MI e RM-NA, nonché il faraonico progetto “Mose” a Venezia e, come Eurolink, la realizzazione del progettato ponte sullo stretto di Messina. La seconda è una nota azienda che si occupa da decenni di realizzare reti per telecomunicazioni, informatica e sicurezza.

3. Il progetto del complesso “AFSOUTH 2000”

Il nuovo complesso – che si estende su una superficie di 330.000 metri quadri – secondo i suoi progettisti, dovrà fornire servizi integrati ad una comunità molto ampia, impegnata e multinazionale. Ecco perché, in aggiunta all’enorme stabile del Quartier Generale, sono stati previsti anche un Centro Comunitario e tre edifici per alloggi, riservati specificamente al personale NATO di nazionalità statunitense, britannica ed italiana. Nei sei piani – quattro rialzati e due interrati – che compongono il nuovo Comando, sarà ospitato non solo l’AFSOUTH, ma anche il Comando Navale Alleato del Sud-Europa (NAVSOUTH), quello delle Forze di Attacco e di Supporto nella stessa area operativa (STRIKFORSOUTH,  nonché le unità di supporto nazionali. E’ stata progettata infine una grande sala-stampa multimediale.

Annessi al nuovo Centro Comunitario, infine, ci saranno attrezzature ricreativo-sociali per il personale, fra cui una piscina, una palestra, un campo da tennis e vari punti vendita. Si prevede inoltre un’integrazione al progetto, in modo da realizzare anche la struttura che ospiterà la Scuola Internazionale per i figli del personale alleato.

Quello che fa impressione sono i numeri del nuovo complesso, snocciolati dallo stesso sito del JFC.: 2.100 militari e 350 civili presso il Q.G.; 85 chilometri quadri di spazi pavimentati; 600 chilometri di cablaggio; una rete di ben 2.000 computer; 2.227 spazi per parcheggio; 3 chilometri di recinzione perimetrale; 400 persone alla volta servite dalla mensa internazionale; 3 chilometri quadri designati come ‘area a verde’; un auditorium da 300 posti. Un elemento interessante è l’attenzione per alcuni aspetti ambientali, come un’esposizione solare ottimale, per ridurre lo spreco di elettricità e, allo stesso tempo, un sistema per ombreggiare i locali, allo scopo di limitare l’utilizzo di condizionatori d’aria. Gli stessi parcheggi esterni non sono stati pavimentati per intero, per evitare l’impermeabilizzazione del suolo con un migliore drenaggio delle acque pluviali.

Dal sito del noto studio di architettura “M. A. Arnaboldi e Patners” che ha curato la consulenza strutturale del progetto [6], si ricavano altri interessanti dati sulla mega-edificio del nuovo Comando NATO al lago Patria. Il volume di costruito è pari a 282.000 metri cubi, su una superficie globale di oltre 60.000 metri quadri, con 2 piani interrati, 1 piano terreno ed altri 4 piani superiori. Il complesso, realizzato in cemento armato sotto e in ferro per le parti elevate, raggiunge un’altezza di 17,30 metri fuori terra. La progettazione è stata affidata agli architetti Camillo e Alessandro Gubitosi, affiancati dagli ‘strutturisti’ Arnaboldi e Chesi e da uno stuolo di collaboratori. La progettazione degli impianti tecnici è stata affidata alla “Cormio Engineering” di Desenzano sul Garda (BS), specializzata in ambito militare e membro del consorzio COIPA.

Da altre fonti si ricavano ulteriori dati conoscitivi sull’edificio della “Afsouth 2000”. Ad esempio, sappiamo che gli uffici operativi del Comando NATO saranno ubicati soprattutto ai piani interrati – presumibilmente per motivi di sicurezza – mentre i cinque piani fuori terra ospiteranno uffici, servizi, depositi ed altri tipi di locali organizzativi, spalmati su 40.000 metri quadri a piano. Al piano copertura, infine, vi è un’area destinata ad alloggiare gli impianti tecnologici, sistemati nell’intercapedine del tetto del complesso. L’intera struttura è sottoposta a una classificazione sismica di 3a categoria ed è inoltre protetta da eventuali attacchi terroristici.  Da fonti giornalistiche, poi, emerge che, tra residenti e fruitori esterni del nuovo comando, il bacino sarà molto più ampio, intorno alle 5.000 persone. Sono numeri tali da aver subito destato preoccupazione sul piano della mobilità da e per il complesso “Afsouth2000”.

Un numero enorme, se si pensa alla carenza di infrastrutture e vie di collegamento adeguate, in grado di fronteggiare un esodo così massiccio. La costruzione del quartier generale statunitense, una delle basi più grandi d’Italia, anche più della chiacchierata Vicenza, preoccupa e non poco il sindaco Giovanni Pianese, allarmato per gli effetti che gli insediamenti potrebbero avere su un territorio già di per sé devastato da scempi edilizi. Trasferire oltre 500 nuove famiglie senza garantire i necessari supporti logistici ed infrastrutturali, secondo il sindaco di Giugliano, potrebbe comportare il collasso definitivo della zona litoranea. Per questo l’amministrazione comunale, su indicazione dell’assessorato ai Trasporti delle Regione Campania, ha evidenziato come sia il settore dei trasporti quello che ha la maggiore urgenza di essere rivoluzionato, per fronteggiare in modo adeguato l’arrivo di un numero di persone così alto. Sarà affidato ad un professionista esterno, da scegliere attraverso una specifica procedura, il compito di redigere uno studio di fattibilità di un piano di mobilità, un piano di sicurezza stradale e di un piano traffico per migliorare l’accessibilità al nuovo insediamento. Lo studio andrà ad integrare quello già effettuato dagli esperti dello ‘Studio Pisciotta P. & Co.’ di Napoli, commissionato dagli stessi americani, ritenuto però carente in alcuni suoi punti dall’assessorato ai Trasporti della Regione Campania.[7]

4. L’apertura del nuovo complesso e le questioni emergenti

Al di là del facile umorismo sui ritardi nella realizzazione di un complesso – che gli stessi militari della NATO sembra abbiano ribattezzato “Afsouth 3000”… – per la fine di quest’anno e l’inizio del 2012 sembra comunque prevista la fase conclusiva della relocation del Comando alleato da Bagnoli al Lago Patria. Il progetto ha abbondantemente assorbito il finanziamento di circa 165 milioni di euro da parte della NATO e l’Italia, in quanto paese-membro, ha già sborsato la sua quota.  Ma quanto ci costa veramente?  Il problema tecnico più delicato sembra che sia trasferimento della rete di comunicazioni, mentre sarebbero in ritardo le infrastrutture esterne al Comando, di competenza delle autorità nazionali e locali italiani. Per rendere operativo il Comando c’ è bisogno dell’ allacciamento della rete fognaria e di raddoppiare gli assi viari esistenti, rendendoli capace di sopportare un traffico di 1400 auto nelle ore di punta. In particolare, la Nato ha invitato il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, il presidente della giunta provinciale Luigi Cesaro ed il sindaco di Giugliano Giovanni Pianese ad un sopralluogo per accelerare sui lavori esterni.

Scriveva Stella Cervasio su “la Repubblica” all’inizio dello scorso aprile: “ Il T Day si compirà alla fine del 2012. Primo dicembre. Suona apocalittico, è invece il termine entro il quale la Nato si trasferirà nel nuovo quartier generale al Lago Patria in via di completamento. Ieri lo ha reso noto il comandante del Jfc Naples ammiraglio Samuel J. Locklear III, che ha ricevuto il governatore Stefano Caldoro e il presidente della Provincia Luigi Cesaro all’ interno delle strutture in costruzione. Qualche bacchettata agli enti locali non è mancata: le infrastrutture subiscono ritardi e il comando Nato è corso ai ripari. [...] Il ritardo effettivamente c’ è, e riguarda proprio le infrastrutture. «Sono disponibili 21 milioni di fondi Fas – ha detto il sindaco di Giugliano, Giovanni Pianese- recuperati per le opere mancanti». Il governatore Caldoro ha proposto la nomina di un commissario che prema sull’ acceleratore, che dovrebbe essere proprio il primo cittadino dell’ area interessata, Pianese. «Siamo già in contatto con il sottosegretario Gianni Letta – ha detto Caldoro – con il quale ci incontreremo a breve». E il presidente della Provincia Cesaro: «Il trasferimento da Bagnoli al Lago Patria avverrà entro giugno del prossimo anno e per quella data dovremo essere al passo con le infrastrutture. La Provincia dovrà migliorare la viabilità e per questo sono previsti 5 milioni di euro, c’ è già uno studio di fattibilità che sarà alla base di un protocollo di intesa fra Presidenza del Consiglio dei ministri, Regione, Provincia, Comune di Giugliano e comando Nato. Un’ occasione di crescita da non sottovalutare». [8]

Facendo un po’ di conti, soltanto se sommiamo ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (e pagati in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie, cui si aggiungerebbero altri 5 milioni erogati dall’Amministrazione Provinciale [9], arriviamo alla somma di oltre 190 milioni di euro (ovvero 380 miliardi di vecchie lire…), cui ovviamente vanno aggiunte altre voci non dichiarate.  Si tratta di una cifra spaventosa, soprattutto se pensiamo si tratta di un comando  strategico di un’Alleanza militare ormai senza controparte e che, ad esempio, per il recupero del centro storico di Napoli, dichiarato dall’UNESCO “patrimonio dell’umanità”, sono stati stanziati appena 10 milioni di euro in più annualità…..

Ai cittadini del litorale giuglianese sono state offerte, in cambio del terremoto urbanistico ed ambientale provocato dal nuovo insediamento militare, delle “compensazioni” in termini di finanziamenti per opere infrastrutturali. Si tratta del prezzo da pagare per il ‘disturbo’ arrecato, e non importa se a tirare fuori i soldi sono gli stessi cittadini della Campania e se si tratta di somme molto sostanziose ed estremamente appetibili per le organizzazioni camorristiche locali.  Leggendo bene le dichiarazioni del sindaco Pianese, infatti:   “L’accordo Operativo prevede il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 1) ‘collettore via San Nullo’ per un importo di 5,4 milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 3) ‘collettore via Madonna del Pantano’ per un importo di tre milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 4) ‘collettore via Grotta dell’Olmo’ per un importo di 3,1 milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 2) ‘collettore viale dei Pini e interventi di adeguamento funzionale’ per un importo di 3,7 milioni di euro” [10]

La verità è che, come giustamente denunciava ad aprile il collettivo anarchico di Livorno [11] , le spese sono state giustificate in nome della solita storiella, secondo la quale questo genere di strutture militari rappresenterebbero un’importante occasione di sviluppo economico ed occupazionale, e quindi una sorta di ‘investimento sociale’. Non a caso, infatti, si è attinto ai FAS, che servono a finanziare lo sviluppo locale e non certo faraoniche strutture che servono solo ad organizzare meglio le presenti e le future guerre nel sud-est del pianeta.

“Insomma – commentano ironicamente gli autori dell’articolo – i denari stanziati dalla Regione e dal governo per la base NATO di Giugliano, in quanto sotto la voce “fondi Fas”, passeranno alla storia finanziaria del Paese come spese per lo sviluppo del Mezzogiorno, secondo la regola aurea che impone che al danno debba sempre accompagnarsi la beffa…” [12]

5. Alcune considerazioni e indicazioni operative

Le fonti di documentazione su ciò che sta accadendo al Lago Patria – a parte quelle citate e qualche altra notizia generica – dimostrano quanto sia grande la disinformazione dei cittadini ma anche la…distrazione dei movimenti politici, sindacali, ambientalisti e degli stessi pacifisti su questa sconcertante vicenda. E’ evidente, allora, che bisogna recuperare il tempo perduto e lanciare una campagna di informazione e opposizione a quest’ennesima occupazione militare del nostro territorio, che di tutto ha bisogno meno che di nuove basi USA e NATO.

Il primo elemento per ogni mobilitazione nonviolenta è, ovviamente, la controinformazione e la crescita della consapevolezza della comunità locale, finora rimasta troppo silenziosa o addirittura abbagliata dai miraggi d’investimenti in quell’area.  E’ necessario che tutte le organizzazioni democratiche presenti in quel territorio s’incontrino e stabiliscano un coordinamento permanente sull’insediamento Afsouth 2000 al Lago Patria. Bisogna studiare il progetto da tutti i punti di vista e monitorare la fonte del finanziamenti e chi concretamente sta operando in loco. Vanno organizzate pubbliche assemblee con i cittadini, per informarli di quello che sta accadendo e delle conseguenze – ambientali, sanitarie e socio-economiche – di questa faraonica struttura militare.

Occorre, infatti, una capacità di mobilitazione popolare – prima ancora che da parte di organizzazioni sociali e politiche strutturate – che impedisca che tutto si realizzi senza neanche un’opposizione, ferma e responsabile, ad un progetto che non porterà né sviluppo né occupazione, ma solo nuove servitù militari, rischi nucleari e da emissioni elettromagnetiche, con evidenti danni alla comunità locale ed alle attività turistiche.

Le responsabilità dei politici sono enormi e vanno denunciate. E’ però giunto il momento di riscoprire il protagonismo della gente e nuove forme di lotta nonviolenta contro la sempre crescente militarizzazione della Campania.

NOTE:

1.      Visita il sito: www.pacedisarmo.it

2.      Ermete Ferraro, A propulsione antinucleare, Napoli, 2010 (pubbl. su Pace e Disarmo)

3.      Ermete Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, 1992, XIV-1/3, Napoli, Ann.Prov. di Na.

4.      http://www.jfcnaples.nato.int/

5.      http://www.jfcnaples.nato.int/page11545845.aspx

6.      http://www.arnaboldiepartners.it/NAPOLI/NAPOLI.html

7.      A. Mangione, “Lago Patria: nel 2012 l’apertura della base NATO, InterNapoli.it , 19.01.2010 http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=17281

8.      Stella Cervasio, “NATO, via al trasferimento da dicembre al Lago Patria” , la Repubblica, Napoli, 2 aprile 2011

9.      L. Cesaro, “La nuova base di lago Patria un’opportunità per il territorio”, Ag. Stampa La Provincia di Napoli, 01.04.2011

10.  Giugliano, Base Nato: compensazioni ambientali per insediamento militare a Lago Patria” , redazione di Julie News, 02.03.2011

11.  “Locklear si fa la base NATO a spese della Regione Campania”, in Collettivo Anarchico Libertario, Livorno, 09.04.2011 (da www.comidad.org

12.  Ibidem


 

SETTEMBRE ANDIAMO, E’ TEMPO D’INSEGNARE

Quest’impropria citazione della nota poesia ‘pastorale’ di D’Annunzio mi è venuta in mente mentre mi avviavo a prendere servizio alla nuova scuola nella quale mi sono appena trasferito. D’altra parte, non c’è bisogno di essere insegnanti per ricordarsi che, tra pochi giorni, le scuole riapriranno i battenti, per accogliere frotte di bambini, ragazzi e giovanotti abbronzati e sudati. E così, una vociante massa di esseri, fino a quel momento liberi e belli, torneranno all’improvviso “alunni”, già stressati dal fatto di doversi nuovamente mettere seduti e più o meno fermi a seguire per parecchie ore qualcuno che – non meno sudato e stressato di loro – si ritroverà ancora una volta a svolgere il ruolo di chi deve insegnargli qualcosa malgré eux. Come succede nelle fiabe, è come se una specie di maleficio stesse per abbattersi su questi due gruppi di persone, condannandoli a fronteggiarsi con diffidenza, più che con comprensibile curiosità. A sottolineare il rito che si ripete, ecco allora giornali, riviste e spot tv riempirsi improvvisamente di zaini, portapenne e vari ammennicoli scolastici, mentre cominciano a circolare gli elenchi dei nuovi libri di testo e gli studenti iniziano a liberarsi dei vecchi in improvvisati mercatini.
Settembre, andiamo. E’ tempo d’insegnare…. Peccato però che si tratti ormai di un’attività ogni anno più vaga e dai contorni sempre meno definiti. La crisi dell’insegnamento è innegabilmente una questione di natura sindacale e politica, ma credo che sia difficile sottovalutare la profondità della crisi della funzione docente in sé, frutto di una lenta ed inesorabile erosione di un ruolo – oggi si direbbe di una mission… – insidiato dai frenetici cambiamenti del modo stesso di vivere, di pensare e di stare insieme. Sono decenni, ormai, che giornalisti, politici, sociologi, pedagogisti ed altri improbabili maȋtres à penser si esercitano a cercare nuove funzioni da assegnare agli insegnanti, visti al tempo stesso come inadeguati e fuori contesto da una certa cultura pragmatica ed utilitarista. E’ come se cercassero di trovare una qualche ragion d’essere che giustifichi la sopravvivenza di una specie classificabile come in via d’estinzione, ma ancora maledettamente numerosa e, diciamolo, costosa per il bilancio dello stato… Naturalmente c’è un disaccordo pressoché totale sulle soluzioni più utili da proporre. Ed ecco che, periodicamente e soprattutto in questi tardi giorni di fine estate, c’è qualcuno che rilancia la questione sui giornali o in servizi televisivi, suggerendo formule innovatrici e ricette per curare quelli che ritiene gli aspetti più deleteri dell’attuale funzione docente.
“Basta con la scuola del cuore.” , titolava giorni fa un articolo su la Repubblica di Marco Lodoli, il quale alla domanda: “Da cosa si può ripartire perché le aule tornino ad essere un luogo centrale per i ragazzi?” offriva la sua soluzione, esorcizzando quella che considera la tendenza corrente ad usare la scuola per insegnare ciò che non si può insegnare, cioè le emozioni, e suggerendo quindi un sano ritorno alla concretezza del pensiero positivo e della logica. “Tutto è cominciato a precipitare nel momento in cui qualcuno ha stabilito che l’emotività è l’unico campo in cui si realizza il giovane”, argomentava Lodoli, lasciando intendere che le nostre scuole siano diventate ormai delle palestre di flaubertiana educazione sentimentale, delle fucine di pascaliana “ragione del cuore”, ovviamente a danno della funzione della scuola come maestra del pensiero logico e della razionalità. Onestamente, pur frequentandola da oltre venticinque anni, non mi ero mai accordo di questa radicale mutazione genetica dell’istituzione scolastica. Al progressivo ed innegabile svuotamento della funzione docente come ruolo d’insegnamento positivo e fattivo di conoscenze stabili e indiscutibili non direi proprio che sia seguita una particolare enfatizzazione della scuola come luogo dove s’impara a vivere i propri sentimenti ed a condividerli con gli altri. Magari fosse stato così. La triste verità è che all’oggettiva svalutazione delle conoscenze “positive” e spendibili praticamente ha fatto seguito solo un confuso e contraddittorio tentativo di riempire comunque l’insegnamento di contenuti e funzioni “sociali”, come la legalità, l’ecologia o la convivenza civile. Ma tutto questo facendone nuove fantasiose materie d’insegnamento e frantumando la fondamentale funzione educativa della scuola in una miriade di “educazioni”, senza peraltro risolvere l’impotenza di questa istituzione ad essere un effettivo luogo di pratica dell’affettività e della socialità. Educare alle emozioni – con tutto il rispetto per l’autore dell’articolo – non ha nulla a che vedere con quella che egli chiama “la cultura del desiderio, che vive di smanie istantanee, puntiformi e distruttive”. Semmai ne è l’esatto contrario, dal momento che ogni processo educativo è qualcosa di formativo, che contrasta la spontaneità istintuale per indirizzare l’emotività e la stessa aggressività naturale verso obiettivi positivi e costruttivi. Lodoli si scaglia “contro chi agita nei ragazzi solo l’emotività, come se la vita fosse solo sballo, divertimento, notti da inghiottire e giorni da dormire e corri dove ti porta il cuore”….
Eppure gli basterebbe trascorrere solo qualche giornata nella scuola, quella vera, per accorgersi della scarsa aderenza di questa visione – sospesa fra il romanticismo didattico da “Attimo fuggente” ed una versione un po’ troppo “Sturm und Drang” – al mestiere svolto ogni giorno da decine di migliaia di docenti, spesso piuttosto anzianotti e disincantati e assai poco in stile “Capitano, mio capitano!”. Non posso negare che in qualche classe sarà anche possibile trovare degli studenti in piedi sopra il banco, ma nutro forti dubbi che stiano lì per acclamare il loro docente-mentore. Probabilmente stanno solo provando i passi del nuovo ballo caraibico o si stanno rilanciando l’uno con l’altro il cappellino del solito “tipo soggetto”… Eppure, sostiene Lodoli , la soluzione è “…ridare forza al pensiero, oggi calpestato dall’orda trionfante e barbara delle sensazioni spicciole, dell’impressionismo e della destrutturazione.”. Opperbàcco – per dirla alla Totò – come accidenti ho fatto finora a non accorgermi che la scuola è in crisi perché è percorsa da questa “barbara” ondata di emotività selvaggia, alimentata dal sacro furore di docenti di scuola irrazionalista ed un tantino anarchici? Mah, sinceramente non mi pare che la scuola italiana sia affetta da questo contagio “new age”, semmai dalla crisi di un’educazione “old age” alla quale non si è stati capaci di sostituire un modello che fosse al tempo stesso creativo e solidamente formativo. I docenti sono troppo impegnati ad evitare il loro progressivo sterminio e la cancellazione del concetto stesso di scuola pubblica per preoccuparsi di questo preoccupante vuoto. Eppure esso finirà sempre più per giustificare l’inutilità del loro ruolo, razionalizzandone la pesante ristrutturazione in chiave aziendalistico-produttivista.
In prima pagina, Le Monde del 1° settembre, non a caso pubblicava un articolo sulla pesante riforma dello “statut des enseignamts” che si sta preparando Oltralpe. Le pagine 11 e 12 del quotidiano francese sono interamente dedicate a questo problema, salito improvvisamente “au coeur du dèbat” con lo scopo di “ridefinire il mestiere” dei docenti, modificandolo profondamente senza però urtare troppo i loro sindacati e senza compromettere gli equilibri di una stagione pre-elettorale. La destra vuole seriamente mettere in discussione lo statuto degli insegnanti – che ne definisce compiti ed orari dagli anni ’50 – mentre la sinistra è più cauta e misurata, pur condividendo in buona sostanza questa riforma. “Diminuire lo scacco scolastico senza rendere fragile una professione in sofferenza”, sottotitolava una di quelle analisi di un ripensamento dello statuto dei professori che al tempo stesso non li destabilizzi. Tradotto in linguaggio meno politichese, ciò significa cercare insieme – destra e sinistra – il modo più opportuno e meno dirompente per ridurre il numero degli insegnanti, raddoppiandone quasi l’orario di servizio. “Il metodo buono – si spiega nel corsivo – è quello di far comprendere che tutti quanti guadagneranno da questa ridefinizione. Il ragazzo, poiché inventare una scuola ‘su misura’ significa attaccarsi allo scacco scolastico. Il professore, che saprà meglio che cosa ci si aspetta da lui. Il paese intero, la cui competitività passa anche attraverso la scuola.”. Altro che scuola del pensiero anziché delle emozioni! Il vero problema è come convincere tutti che la progressiva sparizione della specie “homo docens” costituirebbe un beneficio comune, visto che costerà meno risorse allo Stato, vista la drastica riduzione del numero dei docenti. D’altra parte, se è vero che un prof da 35 ore settimanali costerà più di uno da 18 – argomenta ancora Le Monde – varrà la pena di fare questo investimento che, a lungo termine, si rivelerà produttivo…..
Ma oggi è cominciata di nuovo la scuola e non è il caso di soffermarsi su queste elucubrazioni. Il sipario si alza ancora una volta su un palcoscenico polveroso e traballante ma confidiamo sulla sperimentata capacità dei docenti di “recitare a soggetto” e – come meno elegantemente si dice a Napoli – di “attaccare il ciuccio dove vuole il padrone”. Settembre, andiamo. E’ tempo d’insegnare…
© 2011 Ermete Ferraro

INGRATA PATRIA…

Si racconta che il toponimo “Lago di Patria” – bacino d’origine vulcanica che si trova nell’area giuglianese-domizia – risalga alla circostanza secondo la quale Liternum (antica città osca popolata nel II sec. a.C. da una colonia di 300 famiglie romane) sarebbe stata l’ultima dimora del famoso condottiero ed uomo politico romano Scipione l’Africano. Egli infatti, riferisce lo storico Valerio Massimo, in aspro contrasto con Roma, vi si sarebbe trasferito in volontario esilio e vi sarebbe morto nel 183 a.C., dopo aver ordinato d’incidere sulla sua lapide tombale queste sdegnate parole: “Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes” (Ingrata patria, non avrai neanche le mie ossa!). In questi giorni, a tal proposito, mi ha colpito la notizia, pubblicata dall’Ufficio Stampa del Parco Archeologico “Liternum“, secondo la quale proprio la famosa lapide marmorea di Scipione – una delle tre presenti in quel sito – sarebbe andata in frantumi, colpita sbadatamente dal bobcat del locale servizio di nettezza urbana. “La distruzione della lapide dedicata a Scipione l’Africano, è l’ennesimo fatto che si aggiunge allo stato di incuria e degrado in cui versa l’intera zona” – ha dichiarato amaramente il presidente della Pro Loco, cui è affidata la custodia del Parco di Liternum, dove adesso le iscrizioni su marmo rimaste sono solo due. “Ingrata Patria, ora non avrai neppure la mia lapide!”- immagino che esclamerebbe ancor più amaramente, se solo potesse, il grande Scipione, casuale vittima di quella munnezza che ha invaso anche la sua ultima dimora, diventando l’emblema di un’area trasformata dalla Camorra S.p.A. in una grande ed onnipresente discarica di ogni tipologia esistente di rifiuti.
La malsana Literna Palus dei tempi antichi, bonificata in epoca fascista ma oggi snaturata irrimediabilmente da un’assurda colata di cemento abusivo che ha distrutto la macchia mediterranea in nome di un improbabile boom turistico, mi sembra che oggi , munnezza a parte, stia vivendo un nuovo capitolo della sua sventurata storia. Nell’agglomerato urbano che orbita intorno al Lago di Patria (frazione del Comune di Giugliano in Campania, che qualcuno vorrebbe addirittura istituire come comune autonomo) sarà inaugurata a breve una maxistruttura denominata Afsouth 2000. Questo macroscopico complesso, che occupa un’area di 330.000 mq a breve distanza dal Lago e dalle spiagge di Varcaturo, sostituirà infatti il vecchio Quartier Generale Alleato di Bagnoli (Napoli), diventando il nuovo Comando NATO per tutta l’Europa Meridionale (Joint Force Command- JFC). Un generale guerrafondaio come Scipione, con la fissa di distruggere Cartagine ed ogni avversario che potesse opporsi all’egemonia romana nel Mediterraneo, avrebbe probabilmente avuto motivo di rallegrarsi per il fatto di aver lasciato le sue ‘ossa’ proprio accanto al luogo dove, tra poco, si assumeranno le decisioni strategiche per garantire l’egemonia americana sul bacino mediterraneo e sull’area nord-africano. Il suo bellicoso sangue avrebbe ribollito di soddisfazione di fronte alla promozione della sua Liternum a polo militare del nuovo imperialismo globalizzato. Certo, oggi c’è da domare la Libia di Gheddafi piuttosto che la potenza cartaginese di Annibale, ma sono certo che il gen. Lucio Cornelio Scipione sarebbe molto contento di assumere il comando di Africom, il quartier generale della U.S. Navy per l’intera area africana, recentemente trasferito a Napoli, che già ne ospita a Capodichino il Comando Europeo. Nell’elaborazione grafica accanto al titolo mi sono permesso di affiancaro scherzosamente al busto del condottiero romano quello del Gen. Bouchard, Comandante in Capo dell’Operazione “Unified Protector”. Del resto, a ben guardare, si ravvisa una preoccupante somiglianza tra i due capi militari, divisi da quasi 2200 anni di storia ma uniti dalla folle e micidiale idea di esportare con le armate il proprio modello di civiltà, considerato ovviamente come l’unico possibile… “Ingrata Patria” – avrebbe forse brontolato un redivivo Scipione di fronte allo scempio della sua lapide, ma non è escluso che, se potesse essere invitato all’inaugurazione del nuovo Comando NATO al Lago Patria, non esiterebbe a ripetere la sua bellicosa esortazione alle truppe, riferita dallo storico Livio: “I Cartaginesi ormai non sono uomini ma ombre d’uomini….Così gli ultimi avanzi d’un nemico, non un nemico avrete davanti [...] Vinceremo questa guerra perché ci accingiamo a combattere con sdegno contro nemici già vinti….”. Ecco, appunto, basta sostituire “Libici” a “Cartaginesi” ed il gioco è fatto…
© 2011 Ermete Ferraro

SANCTUS JANUARIUS

San Gennaro martire

Ebbene sì: a Napoli, il 19 settembre, si continua a festeggiare san Gennaro, alla faccia del Governo e delle sue manovre “taglia-spesa”. Gennaro – hanno borbottato in parecchi – mica è un santo qualunque, la cui festa può essere spostata perché a qualcuno così gli gira, pur di risparmiare festività e d’aumentare le giornate lavorative. E poi, diciamolo: San Gennaro non è una statua o una reliquia da onorare, ma il sinonimo stesso di “miracolo”, visto che il suo sangue continua a liquefarsi da quel lontano 19 settembre del 305 d.C., l’anno del suo martirio, facendo esultare chi ne trae favorevoli auspici per una città che, in fatto di problemi, non si è fatta mancare mai nulla… Il ‘prodigio’ – come giustamente lo chiama la Chiesa – in effetti si ripete in almeno altre due circostanze, ma è comprensibile che la gente di Napoli voglia farsi scippare – oltre a industrie, banche e un sacco di posti di lavoro – anche la festività del suo patrono e protettore. Certo, a voler sottilizzare, bisogna riconoscere che, ai suoi tempi, Januarius era vescovo di Benevento e che la sua decapitazione – ad opera di un tal Dragonzio, governatore romano della Campania – avvenne a Pozzuoli. Fatto sta che, dal 430 circa, i resti mortali del martire furono traslati nelle catacombe napoletane di Capodimonte, da dove furono però trafugati quattro secoli dopo, per essere riportati nella cattedrale di Benevento. Eppure nemmeno lì rimasero a lungo, visto che, passati altri tre secoli, un re normanno le fece traslare nell’abbazia di Montevergine. Ci vollero ancora un bel po’ di anni e, nel 1497, le reliquie di Gennaro tornarono finalmente a Napoli, nel cui Duomo furono da allora esposte, prima in una cripta e poi nella celeberrima Cappella omonima. Ciò premesso, capite bene che, al solo sentire la parola “spostamento”, al santo martire, giustamente, gli….ribolle il sangue. E’ pur vero che si tratterebbe d’una differenza di pochi giorni ma, che diamine, è anche una questione di rispetto! Prima la sua festa viene declassata, poi qualcuno addirittura ha messo in discussione l’autenticità della liquefazione del suo sangue, e adesso vogliono ‘traslargli’ anche il giorno della festa… Per non parlare del fatto che c’è chi è andato a contestargli perfino il nome, osservando che Januarius dovrebbe probabilmente esserne il cognome, indicativo dell’appartenenza alla famiglia patrizia dei Januarii, probabilmente consacrata al dio bifronte Giano. Insomma: pare proprio che abbiano da ridire su tutto e che si divertano alle spalle del nostro amato san Gennaro, il cui nome, fra l’altro, è sempre meno frequente perfino a Napoli. Meno male che Gennari’ non sembra pigliarsela più di tanto e ha fatto il ‘miracolo’ anche quest’anno, circondato dall’affetto di un popolo che – è proprio il caso di dire – questo santo “ce l’ha nel sangue” e non ha nessuna intenzione di fargli sopportare altri sgarbi… Eppure – anche se molti non lo sanno e io stesso l’ho scoperto recentemente – sembra che a san Gennaro portasse rispetto perfino il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, uno che non si può certo definire un pensatore ‘devozionale’. In apertura del quarto capitolo del suo celebre libro “La Gaia Scienza” risalta infatti una breve poesia a rime alterne, pubblicata con la data di Gennaio 1882 e proprio col titolo“Sanctus Januarius”. Nella traduzione, essa suona più o meno così: “Tu che con lancia di fiamma / Spezzi il ghiaccio dell’anima mia, / Sì che scrosciando verso il mare / Della sua suprema speranza s’affretta: / Sempre più chiara e più salutare, / Libera nel suo più amorevole bisogno / Così essa celebra il tuo prodigio, / Bellissimo Gennaro! “ Francamente, non è molto chiaro il senso di questa originale invocazione e non è neanche del tutto certo che lo Schönster Januarius cui si riferisce Nietzsche sia proprio il patrono di Napoli e non una simbolica personalizzazione di Gennaio. Quel che importa è che questi versi fanno da preludio ad un passo molto importante de “La Gaia Scienza”, nel quale l’autore espone la sua nuova filosofia di vita. Si tratta di un sentimento cosmico che egli chiama “amor fati”e che si differenzia dalla “compassione” cristiana, in quanto si pone come condivisione della gioia più della sofferenza. Ecco, allora, che il filosofo – all’inizio dell’anno – formula un augurio a se stesso: da quel momento in poi cercherà nelle cose il necessario, la cosa più bella che è in loro. “ Amor fati: sia questo d’ora innanzi il mio amore! Non voglio far guerra al brutto. Non voglio accusare, non voglio nemmeno accusare gli accusatori. Distogliere lo sguardo sia la mia unica negazione! E, tutto sommato e in complesso: voglio un bel giorno essere solo uno che dice si!” (F. Nietzsche, Die fröhliche Wissenschaft, IV, 276). Beh, mi rendo conto che il tono di questa pagina è salito un po’ troppo, ma non si può negare che siamo di fronte a parole che meritano una riflessione anche in questo 19 settembre 2011. Un amore che voglia condividere con gli altri la gioia – diceva Nietzsche – non può essere fondato sull’accusa, sulla negazione e sulla guerra alle brutture che ci cadono davanti agli occhi. Forse, come raccontava anche un divertente film con Jim Carrey passato recentemente per televisione, è molto più salutare diventare uno “yes-man”o, come diceva il filosofo prussiano “ein Ja-sagender”. Personalmente, dubito che sia sufficiente “distogliere lo sguardo” da tutte le schifezze cui siamo costretti ad assistere quotidianamente nella città di san Gennaro e, anche se concordo che probabilmente non vale nemmeno più la pena di “far guerra al brutto” , mi riesce comunque difficile non denunciare ciò che va male e coloro che ne sono i responsabili. Il fatto è che forse io sono un po’ troppo cristiano per poter diventare un buon nietzschiano, visto che per me l’etica conta ancora più dell’estetica. Per esempio, chi sta di nuovo riprovando a mettere le mani sulla città, per trasformarla in un prodotto da commercializzare, oppure chi vorrebbe ostacolare il vero rinnovamento di Napoli, devo ammetterlo, non mi suggerisce pensieri né buoni né belli. Però questo è un altro discorso, per cui preferisco chiudere mutuando dall’autore de “La Gaia Scienza” la sua invocazione al “bellissimo Gennaro”. Lui che “con lancia di fiamma spezza il ghiaccio dell’anima” ci faccia il miracolo di rendere la nostra città meno attenta ai “prodigi” e più sensibile alla voce di chi vuole davvero renderla “sempre più chiara e salutare”. E così sia.
© 2011 Ermete Ferraro <!–