NACHAM / SHUV : Quaresima di conversione

 μετανοεῖτε καὶ πιστεύετε ἐν τῷ εὐαγγελίῳ  (Mc 1,15)

E’ iniziato nuovamente il tempo quaresimale e, per chi è credente, è tornato il tempo di riflettere, di valutare e, soprattutto, di convertirsi. Quest’ultimo termine traduce, con un po’ di approssimazione, il verbo greco μετανοεῖτε, il cui significato, alla lettera, è, ‘cambiate mentalità’, ‘cambiate idea’ e, quindi, ‘ravvedetevi’

Scorrendo l’Antico Testamento, il verbo ebraico che corrisponde maggiormente a quello greco, e quindi all’idea di ‘convertirsi’, è  שׁוּב (shuv). Come tutti i verbi ebraici, anche questo cambia di significato a seconda della forma in cui è coniugato (attiva, passiva, riflessiva; base, oppure intensiva, causativa), oscillando tra l’accezione di ‘ritornare’, ‘tornare indietro’, ‘cambiar strada’, e quella di ‘riparare’, ‘respingere’, ‘rivoltarsi’, ‘rifiutare’, ‘revocare’ etc.

Se consultiamo un sussidio informatico estremamente utile per rafforzare ed approfondire la nostra conoscenza biblica (www.blueletterbible.org ), troviamo ben 39 pagine di citazioni dall’A.T. in cui il verbo “shuv” è utilizzato, dal libro della Genesi al profeta Malachia, passando per i Proverbi ed i Salmi. Proprio nel salmo 19, 8, ad esempio si parla di “conversione dello spirito” , mentre Isaia invita imperiosamente “Ritorna a me, perché ti ho redento!” (Is 44,22).

Convertirsi significa principalmente abbandonare la strada che si sta percorrendo per tornare indietro, rettificando così un errore di cui abbiamo preso coscienza. Il vero problema, allora, è proprio raggiungere la consapevolezza dell’errore compiuto, laddove con questo termine indichiamo, etimologicamente, l’andare fuori strada, il perdere la direzione. E’ ciò che gli ebrei chiamavano “hatta’ “, uno dei vocaboli che designano il ‘peccato’ e che, nel caso specifico, evoca l’idea di ‘mancare il bersaglio’, ossia un’azione che non va nella direzione verso cui era diretta.

Ebbene, mi sembra evidente che, dopo duemila anni di evangelizzazione, il vero peccato di chi continua a dichiararsi cristiano rischia di essere proprio la persistenza in un “errore” che falsa troppo spesso la nostra testimonianza, adattandola a “bersagli” che non sono quelli che ci ha indicato Gesù ed a logiche che non sono evangeliche. La Quaresima appena iniziata ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere, per renderci conto di dove abbiamo sbagliato e di quale sia la direzione da riprendere, eseguendo una “conversione ad U” e tornando sulla strada giusta.

Purtroppo non esistono navigatori satellitari che ci guidino passo passo e che ci correggano quando sbagliamo ed imbocchiamo una via non giusta. La sola e vera bussola restano il Vangelo di Cristo e la nostra coscienza, della quale però facciamo spesso finta di non accorgerci, per non interrompere la nostra incosciente marcia verso un sedicente progresso, che però nulla ha a che vedere col traguardo che dovrebbe perseguire chi crede nella Buona Notizia.

La Quaresima, quindi, dovrebbe diventare sempre più un momento di presa di coscienza – individuale e collettiva – dei troppi errori che ci hanno portato fuori strada ed un’occasione per cambiare rotta, prima che sia troppo tardi. La società nella quale viviamo -  ispirata com’è al perseguimento dell’affermazione personale a tutti i costi, alla rincorsa ad un progresso senza limiti e senza regole e ad uno sviluppo che lascia dietro di sé devastazione ambientale e piaghe sociali – è la negazione del progetto salvifico di Dio e della missio evangelica. Solo se ne prendiamo coscienza potremo davvero convertirci. Se invece continueremo a compiacerci d’un modello di società ispirato alla sopraffazione, alla violenza ed alla rottura dell’integrità del Creato, dubito che la nostra religiosità sia da considerarsi molto migliore di quella dei pagani o, al massimo, degli scribi e dei farisei.

Per diventare consapevoli del nostro hatta’ , d’altra parte, dovremmo avvertire dentro di noi un autentico pentimento, quello che gli ebrei indicavano con נָחַם (nacham). Si tratta di un verbo che, a seconda delle sue varie forme, assume vari significati, a partire da quello base di ‘pentirsi’, ‘provare rincrescimento’, per giungere ad ‘avere compassione’, ‘soffrire’ e perfino ‘consolare’.

Il guaio è che i seguaci di Cristo, ai quali Egli aveva raccomandato di essere “nel mondo ma non del mondo”, non sembrano affatto a disagio in questo mondo e, al contrario, troppo spesso ne appaiono del tutto partecipi. Un mondo uscito “buono” dalle mani di Chi lo ha creato, ma ridotto ad un inferno per milioni di esseri umani che soffrono ingiustizie, persecuzioni, guerre, fame e malattie evitabili, non può -  non deve – essere quello abitato da un terzo di seguaci di Gesù Cristo (oltre 2 miliardi nel 2001). Nella sua lettera ai Romani, san Paolo scriveva: E non vi conformate a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la buona, accettevole e perfetta volontà di Dio.” (Rm 12,2).

Il verbo che egli utilizzò, in questo caso, è συσχηματίζω che indica, alla lettera, l’assumere la forma del proprio ambiente di vita, adattandosi e conformandosi alla sua logica e, quindi, restandone del tutto condizionati. L’unico modo per non lasciarci schiacciare da un contesto che non solo non siamo stati capaci di far ‘lievitare’ evangelicamente, ma che sembra averci pienamente assoggettato alle sue regole, è “trasformarsi” ( μεταμορφοῦσθε ), realizzando quella “metanoia” che è frutto, appunto, del “rinnovamento” (ἀνακαίνωσις ) della nostra mentalità.

Senza un autentico pentimento e senza la forza di cambiar strada non c’è vera conversione, ma solo una rituale e superficiale pausa in un cammino che non siamo davvero disposti ad interrompere. A tal proposito, le sagge ed acute parole di un grande vescovo, don Tonino Bello ci esortavano ad intraprendere la strada del rinnovamento vero, quello che egli efficacemente chiamava: “il viaggio quaresimale sospeso tra cenere ed acqua”.  Sì, perché tra il Mercoledì delle Ceneri e la ‘lavanda dei piedi’ ricordata dalle letture del Giovedì Santo c’è di mezzo un impegnativo un cammino da percorrere, che ha origine nel pentimento ma ha il suo logico sbocco nel servizio al prossimo, mediante la nostra apertura a quella carità fraterna che il nostro mondo troppo spesso nega o distorce.

 “…Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi…” (don Tonino Bello, vescovo – 1992).

(c) 2012 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordpress.com )

RESPONSABILITA’ VS RASSEGNAZIONE (1)

imagesE’ da un po’ che mi sento poco stimolato a scrivere qualcosa. Eppure gli argomenti e gli spunti non mancano, come sa bene chi voglia dare almeno un’occhiata ai quotidiani e non sia del tutto “out” rispetto ad una serie di fatti di cronaca, politica e non, che i media ci sbattono in faccia. Quello che sembra essere sopravvenuto, nel mio caso, non è disinteresse per ciò che sta capitando, semmai una specie di saturazione, stanchezza e fastidio per una realtà che avverto sempre più lontana ed ostica. Una sorta di rigetto verso il miscuglio di malignità e d’imbecillità che sembra caratterizzare il nostro tempo, dal quale il futuro sembra essere stato bandito e la responsabilità cancellata.
Lo so, è una valutazione pesante. Ma il fatto di essere in prima persona coinvolto ed impegnato in ambienti e situazioni molto diverse – la scuola, l’ambientalismo, il lavoro sociale quello nell’ambito della chiesa – se non mi consente impossibili generalizzazioni, mi permette di guardarmi attorno in modo più ampio, ovviamente all’interno del tormentato contesto territoriale ed umano nel quale mi tocca di vivere.
E’ questa, infatti, la prima domanda che sorge spontanea, e non credo solo nella mia testa: è mai possibile che in questo bene/maledetto pizzo della Terra si siano concentrate tutte le contraddizioni, le inefficienze e le malefatte dell’umana specie, vanificando di fatto condizioni ambientali e risorse umane che potrebbero essere considerate ideali? Sui nostri capi pende forse qualche arcana e remota maledizione, visto che tutto sembra andare per il verso contrario, a dispetto di premesse favorevoli?
Ovviamente la situazione è molto più complessa di ciò che appare e certi problemi sono chiaramente sintomo di mali molto più ampi, diffusi e generalizzati. Allo stesso modo, alla faccia del catastrofismo che trasuda dalle cronache, è innegabile l’esistenza d’una realtà alternativa: attiva, laboriosa e combattiva, fatta di tante persone “toste”, che non hanno nessuna intenzione di mollare e che persistono nel loro quotidiano impegno, anche se pochi sembrano accorgersene e se nessuno le gratifica di un qualsiasi riconoscimento.
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RESPONSABILITA’ VS RASSEGNAZIONE (2)

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Sta di fatto, comunque, che svegliarsi ogni giorno in una città come Napoli e dover uscire la mattina per andare a fare (o cercare…) il proprio lavoro è molto più stressante e frustrante di quanto accadrebbe in altri posti dove ogni cosa non costituisce un problema e non si è costretti a cominciare sempre daccapo…
Non mi riferisco a questioni pesantemente strutturali come la disoccupazione endemica, una pervasiva criminalità organizzata oppure la struttura urbanistica asfittica di una città saccheggiata e depredata. Non sto pensando neppure ai terribili rischi sismici e vulcanici che, anche di recente, qualcuno ha voluto sbattere sul muso di troppi distratti ed incoscienti abitanti di un territorio di cui non riescono a diventare davvero cittadini, abituati come sono ad esorcizzare tutti i rischi – dalle catastrofi c.d. naturali agli incidenti sul lavoro – facendo ricorso a rituali scaramantici e rispolverando un fatalismo atavico.
Mi riferisco piuttosto alle quotidiane piaghe che affliggono il corpo di Napoli: il traffico convulso ed irrazionale, l’abusivismo a tutti i livelli, il pressappochismo colpevole di troppi tecnici ed amministratori pubblici, la dispersione scolastica, il caos degli ospedali e le mille altre facce di una precarietà esistenziale assurta a regola di vita ed accompagnata da una generalizzata fuga dalla responsabilità e dal rigore morale.
Eppure non è che manchino stimoli positivi ed appelli autorevoli, a partire da quelli della Chiesa e di tante istituzioni e realtà associative che si spendono quotidianamente per invertire questa tendenza e per prefigurare scenari diversi per le nostre comunità. Fatto sta che esortazioni ed ipotesi alternative non sono sempre accompagnate da azioni continuative e, al tempo stesso, capaci di coinvolgere sempre più persone in un processo di cambiamento che tutti sembrano ritenere necessario, ma non per questo riesce a diventare una prospettiva credibile e concreta.
Che fare allora? Non esistono certo formule né ricette valide e sicure, ma penso sia evidente che il primo elemento sul quale occorre far leva è il richiamo alla dignità, personale e collettiva, di chi non si sia rassegnato definitivamente a tale situazione. E’ un po’ come quando un insegnante deve darsi una strategia educativo-didattica per affrontare i sempre più frequenti casi in cui alunni/e provino un autentico rifiuto della scuola, per le sue regole, per le sue proposte e per i suoi valori.
E’ inutile ricorrere a prediche, minacce o lusinghe: il contrasto è troppo marcato ma, d’altra parte, non è possibile che la scuola rinunci al suo compito formativo o, peggio, si rassegni ad inseguire la realtà, magari ricorrendo a segnali ambivalenti. Il primo passo non può essere che quello della disponibilità e dell’apertura alle esigenze di questi minori ed al loro disagio. Ma poi bisogna trovare il modo per riattivare le loro risorse personali ed il senso di autostima di ciascuno/a, proprio perché la dignità è la base per un comportamento più autonomo e responsabile, e nel contempo meno condizionato da un ambiente sfavorevole e malsano.
Allo stesso modo, probabilmente, bisognerebbe affrontare le problematiche della nostra città, cominciando a restituire ai suoi abitanti la dignità di cittadini che contano, che sono interpellati prima di decidere, che non debbano sentirsi né blanditi né minacciati, ma autenticamente serviti da chi si è proposto per rappresentarli ed amministrarli. Ecco perché la responsabilità personale ed il senso della comunità restano obiettivi irrinunciabili per un uscire dalla palude della rassegnazione e recuperare la speranza in un futuro possibile.

© 2010 ERMETE FERRARO

‘MMACÁRE E…UÁJE !

 
In un paio di post precedenti (“Santi subito?” dell’1.11.2009 e “Vieni avanti Chrétien!” del 3.2.2008) mi è già capitato di soffermarmi sulle “beatitudini” come carta d’identità di chi abbia deciso di seguire Gesù Cristo lungo la difficile via di un annuncio di salvezza che rivoluziona totalmente le nostre certezze e la nostra stessa logica abituale.
La verità è che, anche duemila anni dopo, quella “buona notizia” non finisce di sconvolgerci, capovolgendo le nostre priorità e mettendo drammaticamente in crisi quei valori da cui stentiamo a distaccarci, pur quando siamo posti di fronte alla loro evidente inconciliabilità con quelli evangelici.
Il c.d. ‘discorso della pianura’ nel Vangelo secondo Luca – riproposto in questa IV domenica di tempo ordinario dell’anno C – risulta significativamente differente dal testo parallelo di Matteo, in quanto si rivolge ad una comunità di pagani convertiti e non di giudei osservanti. Ma, al di là delle diversità evidenti (quattro beatitudini anziché nove ed alcune significative sfumature lessicali, come quella che contrappone realisticamente i “poveri” a quei “poveri in spirito” che richiamavano gli “anawìm” veterotestamentari…), è impossibile non notare che l’intento marcatamente più ‘sociale’ di Luca è posto in risalto anche dalle quattro invettive in parallelo alle corrispondenti beatitudini.
Curiosamente, per un orecchio attento alle assonanze con le espressioni della lingua napoletana, ai “ ‘mmacàre” (“makàroi”) si contrappongono altrettanti “uàje” (“ouài”) esclamazione terribile che sembra interpellare anche oggi chi si dichiara “cristiano”, ma preferisce limitarsi tendenziosamente ad un’interpretazione spiritualizzata e vaga dei precetti del Maestro.
Ebbene, nel caso in cui non avessimo capito bene (o, molto più probabilmente, non ci facesse comodo comprendere a fondo un messaggio così sconvolgente…), ecco che capovolgimento brusco delle beatitudini in una sorta di annuncio di sventura viene a toglierci ogni illusione di poterlo interpretare a nostro uso e consumo.
Non si tratta, ritengo, solo di una contrapposizione cronologica fra presente e futuro, come se ci fosse una specie di automatismo per cui chi adesso (nùn) è ricco, sazio, allegro ed appagato sarà poi condannato alla povertà, alla fame, all’afflizione ed alla cattiva fama. Certo, l’avverbio greco “ sottolinea in modo martellante le situazioni di piacere presenti, opponendo loro i “guai” di una condizione esistenziale espressa al tempo futuro. Ma questo non mi sembra indicare una sorta di escatologica “legge del contrappasso”, volgarizzata dal noto proverbio popolare “ride ben chi ride ultimo!”. Direi piuttosto che il messaggio evangelico rinvia ad una netta contrapposizione fra due modelli di vita, improntati a valori radicalmente opposti, in quanto s’ispirano a priorità inconciliabili.
Da una parte c’è il perseguimento, a tutti costi, della ricchezza, della sazietà, dell’assenza di dolori e preoccupazioni e della notorietà, che conduce sicuramente ad una “consolazione” contingente, (paràklesis) però trascura del tutto i valori veri, che il testo di
Matteo mette più in evidenza: l’umiltà, la mitezza, la misericordia, la purezza interiore, la sete di giustizia e la volontà di adoperarsi per la pace. Dall’altra parte c’è un modello di vita che non ci chiede affatto di perseguire la sofferenza come valore in sé, ma di affidarci a Dio Padre, provando a fare a meno delle sicurezze materiali di cui ci avvolgiamo al punto tale da restarne praticamente prigionieri.
Leggere le parole del Vangelo di Luca, a distanza di venti secoli, continua a farci scorrere un brivido lungo la schiena. Ma che razza di civiltà cristiana siamo stati capaci di costruire in tutto questo tempo, se il mondo occidentale in particolare è il campione più significativo di un mondo dominato dagli eccessi assurdi della corsa alla ricchezza, alla sovralimentazione, all’edonismo sfrenato ed alla celebrità a qualsiasi prezzo? Che razza di vangelo predichiamo ai non credenti, se tanti si fanno perfino un vanto di una civiltà sintetizzabile nel culto del denaro e del piacere?
Se è vero, come è vero, che Luca indirizzava le sue invettive contro un mondo ancora troppo pagano, che cosa diavolo direbbe oggi, dopo 2010 anni di cristianesimo, di fronte alla nostra società consumista e materialista?
E allora: noi da che parte stiamo ?
(c) 2010 Ermete Ferraro

‘MMACÁRE E…UÁJE !

 
In un paio di post precedenti (“Santi subito?” dell’1.11.2009 e “Vieni avanti Chrétien!” del 3.2.2008) mi è già capitato di soffermarmi sulle “beatitudini” come carta d’identità di chi abbia deciso di seguire Gesù Cristo lungo la difficile via di un annuncio di salvezza che rivoluziona totalmente le nostre certezze e la nostra stessa logica abituale.
La verità è che, anche duemila anni dopo, quella “buona notizia” non finisce di sconvolgerci, capovolgendo le nostre priorità e mettendo drammaticamente in crisi quei valori da cui stentiamo a distaccarci, pur quando siamo posti di fronte alla loro evidente inconciliabilità con quelli evangelici.
Il c.d. ‘discorso della pianura’ nel Vangelo secondo Luca – riproposto in questa IV domenica di tempo ordinario dell’anno C – risulta significativamente differente dal testo parallelo di Matteo, in quanto si rivolge ad una comunità di pagani convertiti e non di giudei osservanti. Ma, al di là delle diversità evidenti (quattro beatitudini anziché nove ed alcune significative sfumature lessicali, come quella che contrappone realisticamente i “poveri” a quei “poveri in spirito” che richiamavano gli “anawìm” veterotestamentari…), è impossibile non notare che l’intento marcatamente più ‘sociale’ di Luca è posto in risalto anche dalle quattro invettive in parallelo alle corrispondenti beatitudini.
Curiosamente, per un orecchio attento alle assonanze con le espressioni della lingua napoletana, ai “ ‘mmacàre” (“makàroi”) si contrappongono altrettanti “uàje” (“ouài”) esclamazione terribile che sembra interpellare anche oggi chi si dichiara “cristiano”, ma preferisce limitarsi tendenziosamente ad un’interpretazione spiritualizzata e vaga dei precetti del Maestro.
Ebbene, nel caso in cui non avessimo capito bene (o, molto più probabilmente, non ci facesse comodo comprendere a fondo un messaggio così sconvolgente…), ecco che capovolgimento brusco delle beatitudini in una sorta di annuncio di sventura viene a toglierci ogni illusione di poterlo interpretare a nostro uso e consumo.
Non si tratta, ritengo, solo di una contrapposizione cronologica fra presente e futuro, come se ci fosse una specie di automatismo per cui chi adesso (nùn) è ricco, sazio, allegro ed appagato sarà poi condannato alla povertà, alla fame, all’afflizione ed alla cattiva fama. Certo, l’avverbio greco “ sottolinea in modo martellante le situazioni di piacere presenti, opponendo loro i “guai” di una condizione esistenziale espressa al tempo futuro. Ma questo non mi sembra indicare una sorta di escatologica “legge del contrappasso”, volgarizzata dal noto proverbio popolare “ride ben chi ride ultimo!”. Direi piuttosto che il messaggio evangelico rinvia ad una netta contrapposizione fra due modelli di vita, improntati a valori radicalmente opposti, in quanto s’ispirano a priorità inconciliabili.
Da una parte c’è il perseguimento, a tutti costi, della ricchezza, della sazietà, dell’assenza di dolori e preoccupazioni e della notorietà, che conduce sicuramente ad una “consolazione” contingente, (paràklesis) però trascura del tutto i valori veri, che il testo di
Matteo mette più in evidenza: l’umiltà, la mitezza, la misericordia, la purezza interiore, la sete di giustizia e la volontà di adoperarsi per la pace. Dall’altra parte c’è un modello di vita che non ci chiede affatto di perseguire la sofferenza come valore in sé, ma di affidarci a Dio Padre, provando a fare a meno delle sicurezze materiali di cui ci avvolgiamo al punto tale da restarne praticamente prigionieri.
Leggere le parole del Vangelo di Luca, a distanza di venti secoli, continua a farci scorrere un brivido lungo la schiena. Ma che razza di civiltà cristiana siamo stati capaci di costruire in tutto questo tempo, se il mondo occidentale in particolare è il campione più significativo di un mondo dominato dagli eccessi assurdi della corsa alla ricchezza, alla sovralimentazione, all’edonismo sfrenato ed alla celebrità a qualsiasi prezzo? Che razza di vangelo predichiamo ai non credenti, se tanti si fanno perfino un vanto di una civiltà sintetizzabile nel culto del denaro e del piacere?
Se è vero, come è vero, che Luca indirizzava le sue invettive contro un mondo ancora troppo pagano, che cosa diavolo direbbe oggi, dopo 2010 anni di cristianesimo, di fronte alla nostra società consumista e materialista?
E allora: noi da che parte stiamo ?
(c) 2010 Ermete Ferraro