PER LA NOSTRA TERRA, GIORNO DOPO GIORNO.

In occasione della Giornata Mondiale della Terra (22 aprile 2012), si sono moltiplicate le iniziative per fare il punto sull’impatto della nostra distruttiva impronta ecologica sul Pianeta azzurro e per proporre azioni concrete per invertire la rotta. Quest’anno la parola d’ordine è stata: “Mobilitiamo il Pianeta”, per sottolineare sia l’urgenza di questa “conversione ecologica” sia la necessità di coinvolgere al massimo la gente qualunque e di qualsiasi paese in tale ‘mobilitazione’ generale.

Persone che, giustamente, sono arcistufe di costosi ed inconcludenti summit e, più in generale, delle solite passerelle internazionali, che lasciano il tempo che trovano o, peggio, fanno trasparire l’impegno puramente formale dei governi. Al contrario – sottolinea il sito web italiano per l’Earth Day (http://www.giornatamondialedellaterra.it/terra/?p=2542 ) – “…il popolo ambientalista … si sta decisamente orientando verso una sensibilità diffusa, quotidiana e costante” e sempre più persone (si parla di un miliardo…) manifestano l’intenzione di darsi da fare per proteggere la Terra, attraverso tantissime buone azioni dirette oltre che con la pressione democratica su organizzazioni e governi che continuano ad andare nella direzione sbagliata.

La cosa più stupida da dire – ma che troppo spesso sentiamo ripetere proprio da quelli che dovrebbero richiamarci alla responsabilità – è che sarebbe la crisi economica, con la sua impronta recessiva, ad imporci priorità diverse, che pongono ovviamente in secondo piano la questione ambientale. Si tratta di un’affermazione, al tempo stesso, sciocca e maledettamente ipocrita, dal momento che la crisi economica mondiale e locale, frutto d’un modello di sviluppo iniquo quanto devastante, non si cura certo con una sempre maggiore mercificazione di ogni risorsa né attenendosi alle compatibilità di un sistema capitalista sempre più alla deriva.

In un mio precedente articolo, intitolato provocatoriamente “Un ambientalismo senza l’ambiente?” (http://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/01/un-ambientalismo-senza-lambiente/) mi sono già soffermato sull’assurdità di chi, pur ammettendo candidamente l’impatto umano come causa della preoccupante e progressiva modificazione degli ecosistemi terrestri, è giunto ad ipotizzare il superamento del concetto stesso di Natura come un romantico retaggio da sostituire con un rinnovato, fideistico, antropocentrismo. La teoria dell’Antropocene come nuova era geologica è, infatti, un’evidente mistificazione della triste realtà che, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti e che ci porterebbe semmai a qualificare la nostra specie con la denominazione di “Homo Insipiens”.

Lo stesso insinuante e ricorrente appello allo “sviluppo sostenibile” ed al rilancio della “green economy” – se decontestualizzato e strumentalizzato – diventa l’ennesima mistificazione della Neolingua corrente. La verità – al di fuori degli arzigogoli retorici di chi parla per ossimori per confonderci le idee – è che la stessa parola sviluppo è stata per troppo tempo manipolata e ridotta erroneamente a sinonimo di crescita o di progresso, connotandola come un processo illimitato, rettilineo  ed a senso unico. Al contrario, proprio in base alla sua stessa etimologia, sviluppare si caratterizza come un’azione a spirale, che libera i soggetti da ciò che li ‘avviluppa’ (cioè li lega, bloccandone la capacità di esprimersi liberamente), facendone così emergere le capacità e valorizzandone le potenzialità.

Non a caso, chi parla di decrescita, come il gruppo italiano che ha promosso la mobilitazione per la Giornata della Terra (http://www.decrescita.com/) vuole richiamarci all’esigenza ed all’urgenza d’invertire il senso della nostra trionfalistica marcia verso la sottomissione totale dell’ambiente terrestre non tanto alle esigenze della specie umana, quanto di una ridotta percentuale di esso (non più del 20%) che vuole controllarne le risorse a danno del restante 80% dell’umanità, oltre che dei già compromessi equilibri ecologici.

Il mio amico e maestro – Antonio D’Acunto – ha dedicato a questa particolare giornata un bellissimo articolo, pubblicato come editoriale sul sito web di V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), l’associazione nella quale insieme c’impegniamo da parecchi anni, a Napoli e in Campania (http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali). In questo intervento – impregnato d’una poeticità eccezionale ed improntato ad un laico rispetto per i ‘doni’ della Natura – egli, saggiamente, richiama tutti alla “superiore necessità d’invertire il futuro dell’Umanità, verso il Pianeta della Biodiversità”. Ma attenzione: non si tratta di un appello a cercare un fantascientifico pianeta su cui trasferirci. Al contrario, è un accorato invito a riscoprire l’eccezionale bellezza della nostra vecchia Terra, in tutti gli aspetti che l’urbanizzazione selvaggia sembra aver cancellato dalla nostra sensibilità e perfino dalla nostra percezione sensoriale. La luce di un tramonto, il richiamo stridente delle rondini, perfino gli spaventapasseri nei campi di grano, sono diventati ormai lontani ricordi per chi ha una certa età ed esperienze sconosciute per i ragazzi cresciuti a smart-phone, i-pod e merendine. La stessa vita quotidiana in città è sempre più avvolta da una grigia coltre di cemento asfalto e plastica, per cui si deve far ricorso ad apposite ‘visite didattiche’ per ricordare ai nostri figli che la natura non è il cane di casa ed il prato di erba sintetica del campetto dove giocano a pallone.

“Nelle città tutto si fa per cancellare la Biodiversità; la naturalità naturalmente non esiste ed ogni possibilità di rinaturalizzazione viene immediatamente elusa: i parchi, i giardini, gli stessi viali ed alberature di strade diventano sempre più rari e quei pochi che vi sono, piccoli o grandi che siano, vengono resi sempre più inospitali o anche mortali per ogni forma di vita diversa dall’Uomo. [...]Tutto ciò che distrugge la biodiversità è presente e ritenuto frequentemente “fattore di crescita” nel nostro Paese.” (ivi).

In queste parole di Antonio D’Acunto mi sembra di risentire gli echi della malinconia agrodolce di cui erano pervase, già 40 anni fa, le pagine del “Marcovaldo” d’Italo Calvino, una nota raccolta di novelle non a caso sottotitolata “le stagioni della città”, dalla quale ho tratto questa citazione:

“Papà” dissero i bambini, “le mucche sono come i tram? Fanno le fermate? Dov’è il capolinea delle mucche?” “Niente a che fare coi tram” spiegò Marcovaldo, “vanno in montagna.” “Si mettono gli sci?” chiese Pietruccio. “Vanno al pascolo a mangiare l’erba.” “E non gli fanno la multa se sciupano i prati?”

L’articolo di D’Acunto è un entusiastico inno alla biodiversità che gli esseri umani, invece, stanno stoltamente cercando da decenni di cancellare. Lo fanno appiattendo e semplificando la complessità biologica naturale o sostituendosi alla stessa natura nella ‘creazione’ di nuove specie vegetali ed animali, ma sempre con la presuntuosa ybris  di chi, come l’omino della pubblicità della banca, ha deciso di costruire l’ambiente intorno a sé, a proprio uso e consumo.

“C’era una volta un litorale, una duna meravigliosa…”: è questo l’elegiaco ricordo di qualcosa che gli uomini stanno facendo scomparire a poco a poco, convinti che la loro missione è la colonizzazione ed urbanizzazione di ogni residuo spazio naturale “…spianando, livellando, igienizzando e confortizzando gli.”inospitali” spazi della macchia che la Natura aveva costruito…”. (ivi)

E’ per questa ragione che celebrare la “Giornata della Terra” è sicuramente cosa buona e giusta, ma ancor di più lo sarebbe un impegno continuativo, assiduo e costruttivo, per difendere davvero il nostro Pianeta da quest’incalzante minaccia alla sua stessa sopravvivenza. Non si tratta di essere i soliti, apocalittici, ‘profeti di sventura’. Se non si cambia rotta – ciascuno in prima persona e tutti insieme per costringere chi ci governa – non ci aspetta il trionfo dell’Antropocene, ma il disastro annunciato dell’Ecuméne.

Bisogna stare attenti, però, a non puntare solo sulla responsabilità dei singoli o, in alternativa, su quella esclusiva di chi ha il potere di decidere per tutti. L’ambientalismo minimalista dei soli ‘piccoli gesti’ può risultare negativo quanto quello che combatte solo le “strutture”, offrendo comodi alibi alle nostre scelte quotidiane che invece avallano il ‘sistema’. C’è bisogno di protagonismo individuale e familiare, in materia ambientale, ma anche di coinvolgimento dei corpi intermedi delle società, cioè le comunità locali, i gruppi organizzati, le organizzazioni.  Non a caso, in altri tempi, persone come me hanno sostenuto la necessità che un soggetto politico ecologista praticasse necessariamente anche un’autentica ecologia della politica. Purtroppo, come sappiamo, è prevalsa la stridente sfasatura tra prospettive e presente, tra teoria e prassi, e siamo tristemente giunti al punto in cui la teoria è del tutto scomparsa, lasciando campo libero al pragmatismo utilitarista e spregiudicato.

Ecco, allora, che intanto – nel silenzio assordante dei media – nella sola Africa ben 60 milioni di ettari di terra coltivabile sono già stati accaparrati da investitori stranieri. Ed è proprio in Africa ed in America del Sud che si trovano, in base ad una stima, l’80% delle risorse mondiali di terreni agricoli. Secondo la “International Land Coalition” , sarebbero addirittura 200 i milioni gli ettari di terra coltivabile che sono stati resi oggetto di negoziazione, per la loro vendita o affitto, per finalità agricole o bioenergetiche. Questi dati, tratti dal numero di febbraio 2012 del mensile missionario “Comboni-Fem” sul triste fenomeno del “land grabbing” (vedi: http://www.combonifem.it/articolo.aspx?t=M&a=4709#), sono però assai poco conosciuti e dimostrano la colpevole disattenzione di tanti organi informativi, anche ‘progressisti’, su queste tematiche.

Il fatto è che, prescindendo dalla coscienza ambientalista laica di alcuni individui come D’Acunto, c’è sempre più bisogno di un’etica della responsabilità ambientale da parte dei credenti.  Il nostro positivismo razionalista – come ha dichiarato Benedetto XVI nel suo discorso dello scorso dicembre al Bundestag tedesco – “assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. [...] Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra, ed imparare ad usare tutto questo nel modo giusto”. (cit. in mio post di dicembre 2011: http://ermeteferraro.wordpress.com/2011/12/26/edifici-in-cemento-ma-senza-finestre/ .  Ecco, spalanchiamo le finestre e riscopriamo la bellezza e la perfezione di un pianeta di cui dovremmo essere solo attenti amministratori e custodi, non sprezzanti padroni. E facciamolo in modo che questa ‘giornata della Terra’ duri molto più di una giornata…

© Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordpress.com )

 

 
La prima domenica di Quaresima dell’anno C ci ripresenta un passo del Vangelo (Lc 4,1-13) che più o meno tutti conoscono, ma del quale – proprio per questo motivo – rischiano di sfuggire alcuni significati meno evidenti. Si tratta infatti delle “tentazioni” cui viene sottoposto Gesù nel deserto (il verbo greca “peirào” ci mette di fronte a varie accezioni possibili, tra cui: “mettere alla prova”, “tentare”. “saggiare”, “sperimentare”…) e che, sia nel testo di Luca sia in quello parallelo di Matteo (Mt 4,1-11), seguono un ordine ben preciso.
Delle tre, la prima “prova” cui Gesù – dopo quaranta giorni di isolamento e di digiuno nello squallore dell’“eremòs”-  è sottoposto dal Diàbolos (dal greco “diabàllo”, e quindi: il calunniatore, il maldicente; colui che crea separazione e discordia…) è raccontata dai due evangelisti con parole molto simili. Le sfumature, in effetti, sono minime: nel testo matteano il “testatore” (“ò peiràzon”) sfida il Maestro a dimostrare di essere figlio di Dio (cosa che egli non mette affatto in dubbio, come dimostra l’uso del periodo ipotetico della realtà) dicendo alle pietre che aveva davanti di diventare pani, mentre Luca esprime lo stesso concetto al singolare “Di’ a questa pietra di diventare pane”.  La potenza della parola del “uiòs toù theoù” – s’insinua – non avrà certo difficoltà a trasformare dei sassi in cibo…
Ebbene, quella di mutare magicamente o “lithoi” in“àrtoi” (nel titolo l’ho chiamata “lithoartìa” ) mi sembra una tentazione ricorrente e mai esaurita del Diàbolos. Abitualmente, a livello di catechesi o di omelia domenicale, questo fenomeno viene ascritto alla categoria più generale che contrappone il cibo materiale – e quindi la soddisfazione della nostra corporeità – al nutrimento spirituale, che sostiene la nostra “psyché”-anima, consentendole di liberarsi dal peso condizionante del “soma”. Effettivamente, la risposta di Gesù (il verbo greco “apocrìno” suggerisce una contrapposizione netta, in questo brusco scambio verbale col suo interlocutore…) sembrerebbe avallare questa interpretazione: “Sta scritto che non di solo pane vivrà l’uomo”, citazione tratta dal libro del Deuteronomio cui Matteo, da buon giudeo, aggiunge la seconda parte omessa da Luca:     “ …ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (nel testo ebraico: “di tutto ciò che esce dalla bocca di YHWH” (Deut 8,3). Eppure la citazione va contestualizzata. Il Signore ammonisce il popolo che si è scelto ad avere fiducia nel Padre che lo mette alla prova solo per “correggerlo” e “fargli capire” che il cibo è sì necessario (tanto è vero che lo ha sfamato con la manna), ma non basta all’uomo per vivere (“hày”), se egli non ascolta più il suo Dio che gli parla.
La vita, insomma, non è garantita dal nutrimento materiale, ma dall’ascolto fiducioso delle parole del Padre, cui – come ci ricorda lo stesso Matteo – lo stesso Gesù ci ha invitato a rivolgerci per chiedere, ogni giorno, il “pane necessario” (“tòn àrton emôn tòn epioùsion dòs ymîn sèmeron”).
Eppure mi sembra di scorgere qualcosa di più, che è suggerito dalla triplice prova cui Gesù è sottoposto nel deserto. Nella richiesta del Diàbolos, che lo sfida a trasformare le pietre in pane mi par di leggere anche una provocazione ironica, sia perché pretende di mettere alla prova il Signore stesso, sia perché è paradossalmente rivolta ad un betlemmìta, ossia un abitante d’un paese che si chiama proprio “bèit-lehèm”, cioè “casa del pane”…
La seconda e terza prova riguardano la tentazione di dominare gli uomini e di strumentalizzare perfino Dio. Ecco, allora, che la prima prova mi suggerisce una lettura che non si esaurisce nella scontata contrapposizione spirito-materia o corpo-anima, ma colga una terza dimensione dell’eterna volontà di dominio che l’uomo porta dentro di sé, ma preferisce oggettivare in una tentazione esterna, “diabolica”. L’ordine delle “prove” nei due vangeli è lo stesso e denota una sorta di “klimax”: (i) sottomettere la natura: (ii) sottomettere gli altri uomini; (iii) sottomettere perfino Dio alla propria volontà. Ritorniamo col pensiero al terribile verbo ebraico “rada’”, utilizzato in Gen 1,28 per sancire quel “dominio” di Adam su Adama’ (la terra), che l’umanità ha trasformato da affidamento e custodia in pretesa di controllo e di sottomissione.
Nell’ebraico moderno, a quell’accezione violenta di dominio (“radad” vuol dire “schiacciare”) prevale quella di “estrarre”, tanto è vero che – curiosamente – “sfornare il pane” si dice “rada’ et ha-lehèm”. Il guaio è che il vecchio e il nuovo Adamo non si accontentano di usare i frutti della provvidenza divina, simboleggiati nel giardino paradisiaco piantato in Eden (Gen 2,8). La tentazione del Diàbolos era e resta sempre la stessa: perché mai limitarsi ad usare i beni della terra quando si può diventarne padroni, trasformandosi in dei? L’umanità ha costantemente ceduto a quest’insinuante ipotesi, arrogandosi in diritto di mettersi sotto i piedi la terra, visto che non le bastava calpestarla fisicamente. Trasformare le pietre in pani è – e rimane ancora – la peggiore tentazione, assecondando la quale Adam è progressivamente giunto a minacciare la sopravvivenza stessa di Adama’, la “sora madre terra” cui Francesco d’Assisi si rivolgeva, invece, con spirito grato e filiale.
Nel vangelo della scorsa domenica Luca ci aveva presentato le sue tre beatitudini come la strada che Cristo ci indica per sfuggire ai “guai” che ci procurano la folle corsa alla ricchezza, alla sovra-alimentazione ed alla ricerca della fama a tutti i costi. Nel brano di questa prima domenica di quaresima ci troviamo di fronte alle tre tentazioni che allontanano l’uomo da Dio padre: manipolare la natura, i propri simili e lo stesso Signore per affermare se stessi, anche se tocca “prostrarsi” ai piedi del Diàbolos, distogliendo lo sguardo da Chi ci ha creato.
Mai come in questo XXI secolo la tentazione di manipolare la natura è diventata una realtà tangibile, con la dichiarata intenzione di sfamare l’umanità affamata ma, come nel caso delle manipolazioni genetiche dei prodotti della terra, per dominarla sempre più e sempre meglio. Lo sfruttamento dell’ambiente, infatti, è solo il risvolto della medaglia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ed entrambi nascono dalla pretesa di rivoltarsi contro Dio, snaturando ciò che ha creato e cercando di forzare le leggi naturali – e quindi divine – in nome dell’affermazione orgogliosa della superiorità schiacciante dell’uomo sulle altre creature.
Ma le pietre non possono e non devono diventare pane. La verità è che è proprio l’insaziabile egoismo e l’avidità smodata di una ristretta parte dell’umanità che impedisce alla maggioranza degli abitanti della Terra di sfamarsi col pane ‘quotidiano’. La verità è che la follia di una parte dell’umanità sta riuscendo nel prodigio opposto: quello di trasformare terre coltivabili in lande desolate ed aride, alimentando spaventosamente il fenomeno della desertificazione di territori sempre più vasti, anche a causa del c.d. “riscaldamento globale” del pianeta. (v. sito dell’UNCCD)
La cosa più grave è che troppo spesso tutto questo viene fatto non solo in nome di un assurdo “progresso”, ma perfino in nome di Dio, mettendo alla prova o pretendendo di mettere nella sua “bocca” quello che ci fa comodo e rifiutandoci di ascoltare (“shma’) le sue parole di vita eterna.
La “lithoartìa” è una malattia molto grave, di cui l’uomo non sembra volersi curare, ma che ha radici molto antiche, come è attestato dal mito di re Mida, in una fiaba araba ed in tante altre storie leggendarie e alchimistiche, che favoleggiano di prodigiose trasformazione delle pietre in oro più che in pane. L’unico rimedio è ricordarci del monito del Maestro ed imparare a seguirlo nel “deserto”, liberandoci in quella solitudine delle mille voci estranee che cercano di coprire la voce del Padre, che è poi quella della nostra coscienza.
 
© 2010 Ermete Ferraro
      

IV GIORNATA PER LA SALVAGUARDIA DEL CREATO

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      “… è conseguenza del peccato se la rete delle relazioni con il creato appare lacerata e se gli effetti sul cambiamento climatico sono innegabili, se proprio laria – così necessaria per la vita – è inquinata da varie emissioni, in particolare da quelle dei cosiddetti gas serra”. Se, però, prendiamo coscienza del peccato, che nasce da un rapporto sbagliato con il creato, siamo chiamati alla conversione ecologica, secondo lespressione di Giovanni Paolo II. […] Una tempestiva riduzione delle emissioni di gas serra      è, dunque, una precauzione necessaria a tutela delle generazioni future, ma anche di quei poveri della terra, che già ora patiscono gli effetti dei mutamenti climatici. Occorre, dunque, un profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e delleconomia, cercando di risparmiare energia con una maggiore sobrietà nei consumi […] uno stile di vita più essenziale, come espressione di una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne; una disciplina della responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro”.
Le parole citate – sulle quali esprimerò qualche osservazione – le ha pronunciate Benedetto XVI che, incontrando ad agosto il clero di Bressanone, ha rinnovato il suo appello “ecologico” in occasione della IV Giornata per la Salvaguardia del Creato (1° settembre ’09).
§         E’ molto importante che il Papa insista sulle conseguenze ecologiche e sociali derivanti dalla lacerazione di quelle “reti di relazioni con il creato” alla cui origine c’è il “peccato” , che a sua volta è frutto di un “rapporto sbagliato con il creato”.L’attuale “crisi ecologica”, in altre parole, non è una disgrazia incidentale e fortuita che purtroppo ci è capitata, ma il risultato di una visione predatoria dell’uomo sulla natura e di un rapporto di sfruttamento selvaggio delle risorse del Pianeta. L’uso del termine “relazione”, d’altra parte, mi sembra escludere una visione grettamente ed utilitaristicamente materialistica della realtà naturale –intesa come una “cosa” di cui appropriarci – ma lascia intravedere un vero e proprio rapporto con una pluralità e complessità di elementi biologici, governata dai principi dell’ecologia (interdipendenza, biodiversità, simbiosi…).
§         Ancora più importante mi sembra l’appello del Pontefice affinché la presa di coscienza di questo peccato non resti qualcosa di teorico, astratto o di relativo alla sfera della morale personale, ma conduca piuttosto ad una vera, tangibile, collettiva ed immediata “conversione ecologica”.  Il teologo mons. Ravasi ha chiarito in un suo acuto commento che i tre vocaboli che in lingua ebraica esprimono il peccato (hatta’ – awôn – pesha’)  rinviano ad una sfumatura di significati. Il “peccato” è un errore, un “aberrazione” che ci porta lontani da Dio e dal prossimo; è una deviazione tortuosa”, ma è anche una vera e propria “ribellione” della creatura nei confronti dei suo Signore e Creatore. Ecco allora che occorre quella “conversione” che gli ebrei chiamavano “shub”, cioè una netta e chiara inversione di rotta, che consenta all’umanità di rimediare al proprio “errore” e che corregga quella “deviazione” che nasceva dalla pretesa di ribellarsi all’ordine cosmico e alla signoria dell’autore del creato.
§         La “tempestività” richiesta nella riduzione delle emissioni che avvelenano irreversibilmente l’aria – l’elemento cui la Giornata 2009 è dedicata in modo specifico – non è presentata esclusivamente come una “precauzione” necessaria per tutelare la salute nostra e delle generazioni future dai cambiamenti climatici, ma anche come una risposta dovuta a quei “poveri della terra”che ne soffrono già da ora gli effetti devastanti sulla propria pelle. La salvaguardia del creato, ancora una volta, è presentata come strettamente correlata al principio di giustizia sociale e come esempio concreto di quella solidarietà che è alla radice di una pace fra gli uomini e di questi con la natura. Tale conversione deve essere per forza “tempestiva”, perché esige scelte immediate e non più rinviabili, che investono in primo luogo i governi, con provvedimenti strutturali, ma anche le comunità e la responsabilità – qui e ora – di ogni singola persona.
§         Occorre infatti, afferma il Papa, un “profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e dell’economia”,e quindi un cambiamento che parta dal basso, dagli stili di vita, e costringa la stessa economia a prendere atto di questa svolta radicale. Nel documento si parla di “essenzialità”, di “risparmio energetico” , di “sobrietà dei costumi” e di “disciplina della responsabilità”. Questo significa che il cambiamento auspicato non può essere né graduale né indolore, ma richiede la risposta a degli imperativi categorici, non una blanda e generica sensibilità ambientale. Ecco perché i Cristiani – e la stessa Chiesa – hanno il dovere di rinunciare a compromessi, scorciatorie e fittizie “compatibilità” e devono dimostrare nei fatti perché, come ammoniva già S. Giacomo apostolo, “…la fede, se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta “ (Gc. 2,18)
 

CARITAS IN VERITATE

 
“Coniugare la carità con la verità” è l’intento che si è proposto S.S. Benedetto XVI nella sua ultima enciclica, il cui titolo capovolge l’espressione paolina “veritas in caritate” (Ef 4,15) e, seguendo questa parola d’ordine, affronta da tutti i punti di vista quel concetto di “populorum progressio” che Paolo VI ebbe il merito di analizzare già nel 1967.
1.      La prima questione affrontata dal Papa è il rapporto inscindibile tra carità cristiana e giustizia, nella convinzione che: “Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è « inseparabile dalla carità » intrinseca ad essa.” (6). La ricerca del “bene comune”, infatti, comporta la giustizia perché: “La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l’autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale d’amore che vince il male con il bene”  (ivi). Il sottosviluppo, quindi, dipende dalla “…mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” visto che, argomenta il pontefice, “la società sempre più globalizzata ci rende vicini ma non ci rende fratelli” (19).A distruggere ricchezza e produrre nuova povertà, inoltre, contribuiscono certamente “l’esclusivo obiettivo del profitto (…) gli effetti deleteri di un’attività finanziaria…per lo più speculativa (…) la corruzione e l’illegalità” e qui Benedetto XVI non manca di additare un’altra causa paradossale d’impoverimento, ossia quegli “aiuti internazionali…spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori” (19-31-22). La verità, prosegue il Papa, è che purtroppo lo Stato ha smesso di svolgere il suo ruolo di garanzia sociale, dovendo “far fronte alle limitazioni che alla sua sovranità frappone il nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale, contraddistinto anche da una crescente mobilità dei capitali finanziari e dei mezzi di produzione materiali ed immateriali”, e pertanto l’auspicio è un “meglio calibrato ruolo dei pubblici poteri” che accresca “una partecipazione più sentita alla res publica da parte dei cittadini” in modo da superare “situazioni di degrado umano oltre che di spreco sociale” (24).
 
2.      Il secondo aspetto toccato dall’enciclica è quello del rapporto tra sviluppo e cultura. I due rischi estremi, quello dell’”eclettismo culturale” derivante da un diffuso relativismo e quello dell’ “appiattimento culturale e dell’omologazione degli stili di vita (…) convergono nella separazione della cultura dalla natura umana (…) Quando questo avviene, l’umanità corre nuovi pericoli di asservimento e di manipolazione.” (26) Il rispetto per la vita – aggiunge il Papa – è particolarmente importante, perché “l’apertura alla vita è al centro di un vero sviluppo” (28). Allo stesso modo va garantito il rispetto della libertà religiosa, se non si vuole incorrere nel “danno che il « supersviluppo »  procura allo sviluppo autentico, quando è accompagnato dal «sottosviluppo morale »…” (29) . Premesso che “la dignità della persona e le esigenze di giustizia (…) richiedono una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini” (32), Benedetto XVI ricorda che “la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato” (35) ed ammonisce che “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale. (…) L’economia globalizzata sembra privilegiare la prima logica, quella dello scambio contrattuale, ma direttamente o indirettamente dimostra di aver bisogno anche delle altre due, la logica politica e la logica del dono senza contropartita.” Bisogna perciò evitare di leggere in modo deterministico la stessa globalizzazione, di cui vanno corrette “ le disfunzioni, anche gravi, che introducono nuove divisioni tra i popoli e dentro i popoli e fare in modo che la ridistribuzione della ricchezza non avvenga con una ridistribuzione della povertà o addirittura con una sua accentuazione (…) orientando “la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione” (42).
 
3.      L’articolata analisi del Pontefice passa quindi ad affrontare il delicato rapporto tra lo sviluppo dell’uomo e la salvaguardia dell’ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera (…) La natura è a nostra disposizione non come « un mucchio di rifiuti sparsi a caso », bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l’uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per custodirla e coltivarla” (Gn 2,15).”(48). Bisogna evitare, ribadisce Benedetto XVI sia il neo-panteismo paganeggiante di chi considera la natura più importante della stessa persona umana… (sia)la sua completa tecnicizzazione, perché l’ambiente naturale non è solo materia di cui disporre a nostro piacimento, ma opera mirabile del Creatore, recante in sé una “grammatica” che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario (…) L’uomo interpreta e modella l’ambiente naturale mediante la cultura, la quale a sua volta viene orientata mediante la libertà responsabile, attenta ai dettami della legge morale ”(48). Il Papa, dunque, condanna severamente l’accaparramento delle risorse energeticheed auspica, al contrario, un netto miglioramento dell’efficienza energetica e la promozione di energie alternative, stimolando una responsabilità globale che porti ad un governo responsabile della natura (…) con l’obiettivo di rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino» In questo ambito, particolare importanza ha l’adozione di nuovi stili di vita(49-50). L’enciclica entra successivamente in un ambito fondamentale: il rapporto tra sviluppo e pace:Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali, così come il degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali. (…)Inoltre, quante risorse naturali sono devastate dalle guerre! La pace dei popoli e tra i popoli permetterebbe anche una maggiore salvaguardia della natura. L’accaparramento delle risorse, specialmente dell’acqua, può provocare gravi conflitti tra le popolazioni coinvolte. Un pacifico accordo sull’uso delle risorse può salvaguardare la natura e, contemporaneamente, il benessere delle società interessate…”. (51)
 
4.      Il documento passa poi a delineare un modello di società più equa e solidale che veda la ‘famiglia umana’ impegnata in un discernimento cui la fede cristiana può fornire le indispensabili basi etiche, evitando gli opposti atteggiamenti laicisti e fondamentalisti cui assistiamo si solito, in quanto: “…l’esclusione della religione dall’ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono l’incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell’umanità…” (55-56). Questa “collaborazione feconda tra credenti e non credenti” è il primo punto fermo, cui segue la proposta di una visione complessiva in cui “…il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa(58). Quanto poi alla “cooperazione allo sviluppo”, il Pontefice ammonisce i paesi c.d. “sviluppati” a non utilizzare gli “aiuti” per ribadire una loro “presunta superiorità culturale” e come uno strumento per “…mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e perfino favorire situazioni di dominio locale e di sfruttamento all’interno del Paese aiutato” (58). D’altronde, aggiunge Benedetto XVI:  “Le società in crescita devono rimanere fedeli a quanto di veramente umano c’è nelle loro tradizioni, evitando di sovrapporvi automaticamente i meccanismi della civiltà tecnologica globalizzata…” (59). L’unica molla della cooperazione internazionale, quindi, deve essere soltanto la solidarietà sociale, discorso strettamente connesso con quello delle migrazioni, fenomeno molto complesso sul piano economico, sociale e culturale, ma che richiede comunque un approccio umanitario e solidaristico. Ecco perché il Papa sottolinea con forza che: “…tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione…” (63). Una società più equa e solidale, prosegue l’enciclica, non può non tener conto del “nesso diretto tra povertà e disoccupazione” e perciò il Papa lancia un appello: “ per « una coalizione mondiale in favore del lavoro decente » e richiama le stesse organizzazioni sindacali “…alla loro necessaria azione di difesa e promozione del mondo del lavoro, soprattutto a favore dei lavoratori sfruttati e non rappresentati, la cui amara condizione risulta spesso ignorata dall’occhio distratto della società…” (64). Tra le caratteristiche di una società diversa, ma già in parte presenti ed operanti, il Papa ricorda alcune significative esperienze, quali quella della microfinanza (65) e le battaglie incentrate sulla responsabilità sociale del consumatore (66), strettamente collegata a quella sobrietà cui più volte la Chiesa ha richiamato i Cristiani. Un ulteriore pilastro di questa alternativa è, per Benedetto XVI, la necessaria ed irrimandabile “… riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale”  dal momento che urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale (che) dia finalmente attuazione ad un ordine sociale conforme all’ordine morale e a quel raccordo tra sfera morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite.” (67)
 
5.      All’impropria e semplicistica identificazione dello sviluppo con il progresso tecnologico è dedicata l’ultima parte dell’enciclica “Caritas in veritate”.  La tecnica – spiega Benedetto XVI – non può essere fine a se stessa. ” Il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l’umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l’essere e la verità. (…) Ma la libertà umana è propriamente se stessa, solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale…” (68-70). La stessa costruzione della pace – aggiunge il Papa – rischia pericolosamente di essere “…considerata come un prodotto tecnico, frutto soltanto di accordi tra governi o di iniziative volte ad assicurare efficienti aiuti economici”, con l’aggravante che questo processo diventa una forzatura tutt’altro che pacifica, nella misura in cui spesso trascura di “… sentire la voce e guardare alla situazione delle popolazioni interessate per interpretarne adeguatamente le attese…” (72). Oltre che dall’“assolutismo della tecnica”, un altro rischio deriva anche dalla “accresciuta pervasività dei mezzi di comunicazione sociale”, laddove non siano un autentico strumento di promozione umana e sociale, nonché da quel “riduzionismo neurologico”, che semplifica materialisticamente la complessità della natura umana, mortificandone la crescita spirituale (76) e bloccandone lo slancio verso un “umanesimo integrale”.
 
Da questo rapido, ma non superficiale, excursus dell’ultima enciclica della massima autorità spirituale del cristianesimo cattolico mi sembra che emerga una visione certamente non nuova, ma sicuramente coerente ed alternativa della prospettiva sociale per i credenti del XXI secolo. Che non si tratti di qualcosa di nuovo si evince dall’impostazione dello stesso Benedetto XVI, che ci tiene a ribadire il legame che lo lega alla tradizione sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum di Leone XIII del 1891 fino ad oggi, passando per la Pacem in terris di Giovanni XXIIII (1963), la Populorum Progressiodi Paolo VI (1967) e la Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II (1987).
Che si tratti di una silloge assolutamente originale e innovativa della dottrina sociale cattolica, peraltro, si ricava dal richiamo continuo all’attualità e particolarità dei problemi e dei fenomeni che costituiscono il terreno su cui la fede deve cimentarsi, coniugandosi con la ragione e non limitandosi a promuovere la “carità” senza il richiamo ad una “verità” rivelata e stabile.
Al di là di qualche residua compiacenza antropocentrica e di un’affermazione del progresso come crescita, che onestamente non mi sento di condividere (secondo la quale: “La vocazione al progresso spinge gli uomini a « fare, conoscere e avere di più, per essere di più »…”(18) ) ritengo che ci troviamo di fronte ad una proposta significativamente alternativa e, nei fatti, molto più innovativa di tante fumose ed ambigue analisi di una sinistra che ha perso le proprie coordinate e che sta scontando la propria incoerenza opportunistica, travestita da “Realpolitik”.
L’analisi dell’attuale momento storico e della società presente è svolta con lucidità e consapevolezza dei problemi: basti pensare a questioni come quella del bene comune”, contrapposto al profitto assurto a unica motivazione di un’economia sempre più speculativa e finanzia rizzata; al giudizio sulla globalizzazione come fonte di omologazione culturale e di crescita delle disuguaglianze socio-economiche, oppure all’importanza degli stili di vita per una società più sobria, giusta e rispettosa della natura.
Quello che mi sembra ancora più importante è la proposta in positivo – e nell’ottica cristiana – di un modello di sviluppo alternativo, il cui obiettivo sia quello di una società equa, solidale, pacifica ed autenticamente umana. Le coordinate di questa proposta, infatti, possono così essere sintetizzate: 
  1. Collaborazione tra credenti e non credenti vs laicismo e fondamentalismo;
  2. Ruolo dei pubblici poteri per ristabilire il “bene comune”la giustizia vs preponderanza del profitto economico-commerciale e finanziario;
  3. Sviluppo caratterizzato da relazionalità, comunione e condivisione vs “supersviluppo” che porta con sé un “sottosviluppo morale”;
  4. Rapporto corretto e responsabile tra sviluppo umano e salvaguardia dell’ambiente naturale, a partire da “nuovi stili di vita” vs tecnocrazia, sfruttamento ambientale ed accaparramento delle risorse vitali ed energetiche;
  5. Solidarietà sociale, cooperazione autentica, lavoro “decente” e rispetto dei diritti dei migranti vs lavoro sfruttato e/o precario e “mercificazione” e mancata tutela dei migranti;
  6. Umanesimo integrale vs assolutismo della tecnica, riduzionismo “neurologico” e mortificazione della dimensione spirituale.
Non si tratta del “manifesto” di una nuova rivoluzione, ma solo perché la vera rivoluzione è già stata proclamata 2009 anni fa da quel Gesù di Nazareth che ci ha portato la “buona notizia” di un Dio che si fa uomo per farci diventare come Lui. Concluderi con un’ultima citazione dell’enciclica: “La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l’una e l’altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso.(…) Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio…”
 
 
 
 
 
 

ELEGANTEMENTE SEMPLICI

sfrancescoFOL2Sull’ultimo numero di Resurgence” (la bella rivista ambientalista inglese che ospita contributi di studiosi del calibro di Fritjof Capra, James Lovelock, Noam Chomsky, Vandana Shiva…), Satish Kumar – che ne è il direttore – ha scritto un editoriale dal titolo “Elegante semplicità”.
Il nocciolo del problema,  di cui peraltro si occupano vari articoli di questo numero della rivista (254 * May June 2009), è l’esigenza di resistere alla schiavitù delle tendenze e delle mode, considerate giustamente come l’antitesi della sostenibilità, in quanto causa di problemi economici ed ambientali.
Viceversa, argomenta Kumar: “la semplicità è parte della ‘saggezza perenne’ promossa da molti grandi pensatori ed utopisti. […]La semplicità è una qualità positiva: quando le cose sono semplici sono ben fatte, durano indefinitamente, sono fatte con piacere e danno piacere quando sono usate. E’ stato E. F. Schumacher a dire: ‘Qualsiasi stupido può fare cose complicate, però ci vuole un genio per fare cose semplici’…”
Ecco, appunto: siamo effettivamente circondati da pazzi che creano cose e situazioni complicate ed intricate, dalle quali non riusciamo più a liberarci e di cui diventiamo irrimediabilmente schiavi. La moda e la tirannia di ciò che ‘fa tendenza’ sono solo due aspetti di una generale visione distorta della vita e delle sue priorità. Il fatto è che la nostra società, in nome del benessere e della libertà, ha generato mostri che minacciano ogni giorno il nostro benessere psicofisico e ci privano della libertà di essere noi stessi.
La semplicità, osserva Kumar, richiede meno egoismi, complicazioni e preoccupazioni per le apparenze e, invece, più immaginazione e creatività ed una maggiore attenzione alla sostanza delle cose. Naturalmente la maggior parte delle persone sono convinte che una società avanzata e sviluppata debba necessariamente avere certe caratteristiche e che i problemi personali, sociali ed ambientali che abbiamo davanti agli occhi siano soltanto spiacevoli effetti collaterali di un inarrestabile e lineare progresso.
La verità – benché difficile da digerire – è che i nostri attuali stili di vita, orientati al consumismo e a mode effimere, sono oggettivamente alla base della triplice crisi del nostro tempo, che investe non solo l’ambito ecologico, ma anche quello socio-economico e spirituale. Lo sfruttamento intensivo e contro natura delle risorse del nostro pianeta, infatti, provoca catastrofi ambientali, ma è fonte anche di povertà ed ingiustizia e sta minando le basi stesse di una convivenza basata su valori etici che rendano la vita degna di essere vissuta ed impediscano agli esseri umani di sentirsi soli ed infelici.
Non è un caso che le principali religioni stiano ponendo nuovamente al centro del loro messaggio di rinnovamento e di speranza valori come l’umiltà, la semplicità e la sobrietà, indicandoli come il solo antidoto ad una crisi planetaria, ma anche interiore e comunitaria.
“La moderazione non è solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità – ha scritto Benedetto XVI nel Messaggio per la giornata della pace 2009 – E’ ormai evidente che soltando adottando uno stile di vita sobrio , accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile.”
Anche se a molti non piace sentirselo dire, bisogna allora insistere sul fatto che l’attuale crisi di un’economia e di una finanza artificiali e drogate ci sta dando, suo malgrado, la possibilità di non persistere diabolicamente nell’errore, ma di perseguire un’autentica conversione a U, in direzione di un modo di vivere più sano, più giusto e più semplice, riscoprendo la bellezza delle cose naturali e dei rapporti diretti e solidali.
A tal proposito, segnalo che a Napoli è iniziato oggi – e proseguirà fino a domenica 24 – il VI convegno per la formazione e l’impegno sociale dell’O.F.S. (Ordine Francescano Secolare), dedicato significativamente al tema: “Francescanamente per il Bene Comune. Le responsabilità e il contributo della politica”.   
 

EARTH DAY 2008

CHE IL "GIORNO DELLA TERRA"

NON DURI…UN GIORNO.

                                                  di Ermete Ferraro

Il 22 EarthLove2 aprile, a partire dal 1970, si celebra il “Giorno della Terra”, promosso ed organizzato dall’ Earth Day Network (EDN), la quale ha costruito in questi 38 anni d’impegno ecologista una rete che raccoglie 17.000 organizzazioni in 174 stati.  La mission di E.D.N. consiste nel: “…far crescere e diversificare il movimento ambientalista a livello mondiale, e di mobilitarlo come un più efficace veicolo per la promozione di un pianeta sano e sostenibile. Perseguiamo la nostra finalità istitutiva mediante l’educazione, l’impegno politico, eventi e l’attivismo dei consumatori”.

Nel documento citato , si precisa che uno degli obiettivi perseguiti da questa organizzazione-ombrello è quello di allargare il concetto stesso, e quindi la definizione, di “ambiente”, per includervi tutte le questioni che toccano la nostra salute, le comunità ed il loro ambiente di vita, come ad es. “…l’inquinamento delle acque, il degrado degli edifici scolastici, i trasporti pubblici, l’accesso al lavoro, le crescenti percentuali di malattie come l’asma ed il cancro, l’assenza di finanziamenti per parchi e spazi ricreativi…” , come chiaramente indicato nel documento dal titolo “Urban environment Report” . Ebbene, anche in Italia sarà celebrata questa data del 22 aprile per sensibilizzare grandi e piccoli all’acquisizione di una coscienza ecologica che non si limiti ad una confusa e generica consapevolezza dei rischi che l’umanità sta affrontando a causa del suo pessimo rapporto con l’ambiente naturale, ma giunga a dare a ciascuna persona – e quindi ad ogni comunità – concrete indicazioni teoriche e strumenti pratici per una vera e propria “conversione ecologica”, a tutti i livelli.

Il rischio ambientale peggiore, infatti, è che si continui ad oscillare sterilmente tra quelle due opposte concezioni – che in tempi non sospetti Umberto Eco definiva “apocalittici” e “integrati” – in base alle quali il nostro rapporto con l’ambiente è ormai irrimediabilmente compromesso o, al contrario, non esiste una questione ecologica che non possa essere risolta adeguandosi alle nuove realtà socio-economiche ed ambientali e, soprattutto, che non si possa risolvere usando al meglio la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica.

Nel suo dossier-natura “Una perla preziosa”, pubblicato sulla rivista “Messaggero di Sant’Antonio” (aprile 2008), Mario Tozzi (noto geologo, ricercatore e giornalista TV) ci conduce per mano a scoprire come vivere secondo natura è molto più facile e…naturale di quanto possa sembrarci, avvolti come siamo dagli inutili ed ingombranti incarti di una civiltà sprecona, energivora e fondata sul dominio più che sull’uso delle risorse. “Sopravvivere al limite”, spiega Tozzi, è stato per millenni il vero problema per tanti esseri umani, costretti a resistere con tutto il proprio ingegno ad un ambiente spesso sfavorevole e, in certi casi, lo è ancora oggi per tante comunità che devono adattarsi ad una natura poco ospitale.

Al polo opposto, ci sono milioni di uomini che stanno letteralmente depredando la Terra, di cui pur sono figli, e che ormai sembrano non poter fare a meno di uno stile di vita assurdo ed irrazionale. Mario Tozzi fa riferimento, in particolare, al nostro modo di abitare e di vivere quotidianamente e commenta: “Ad osservarle bene, le nostre case di occidentali ricchi sono un monumento al paradosso energetico e non direi neppure che sono veramente tecnologicamente avanzate” . Dopo aver elencato una serie di provvedimenti da lui stessi assunti per rendere meno pesante l’impronta ambientale della sua stessa casa, a partire dall’eliminazione di ogni spreco energetico, egli ci indica nel paragrafo "Alla ricerca della sobrietà" il modo più idoneo per migliorare – e al tempo stesso rendere più efficiente – quel nostro microcosmo “sprecone oltre ogni misura”.

Anche la scuola – come la casa – è per tanti di noi l’ambiente di vita quotidiano: il nostro vero “oikos” , dal quale dobbiamo necessariamente partire per fare “oiko-logìa” più che per parlarne accademicamente quanto inutilmente. Non è certo un caso che uno dei punti qualificanti del programma proposto da E.D.N. sia proprio quello dedicato non solo all’educazione ambientale – che troppo spesso noi italiani consideriamo come una pura e semplice aggiunta al curriculum scolastico, una materia in più da far studiare – bensì un vero e proprio percorso di formazione alla consapevolezza ecologica e di sperimentazione di un modo alternativo di vivere e di consumare. Basta cliccare sulla pagina “Green Schools” del sito di E.D.N., infatti, per accedere ad un accattivante itinerario di conoscenze e di azioni, di saperi e di competenze, per rendere “più verdi” le nostre scuole. Si va dall’informazione per rendere più sana la refezione scolastica alle indicazioni per il vero e proprio “curriculum” degli studi; dalle nozioni di base di educazione civico-politica a quelle sulle attività ludiche e ricreative più adatte.

Partire da questo microcosmo domestico e scolastico mi sembra davvero una buona idea per celebrare anche questo “Earth Day”, ma credo anche che non sia il caso di perdere di vista le nostre priorità più ampie ed i valori su cui esse di poggiano. Ecco perché, se è opportuno che ognuno faccia la sua parte dove meglio e più riesce ad ottenere dei risultati tangibili, penso che non è possibile fare a meno d’interrogarsi sul nostro ruolo di esseri umani su questa Terra sempre più minacciata da chi dovrebbe sentirsene figlio. Se è vero che “Adàm” (“uomo” in ebraico) è solo il maschile di “Adamà” (cioè “terra” nella stessa lingua), dobbiamo seriamente chiederci perché siamo giunti al punto da rinnegare questo vincolo che ci lega ad essa, come figli ad una madre.

Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,19-23), ci ricordava l’articolo di Dario Bossi su “Ecologia e Missione” su “Comboni-fem” dello scorso Marzo, citando San Paolo e stimolando chi è credente a non considerare l’ecologia una disciplina scientifica da studiare, ma piuttosto un “nuovo paradigma per interpretare il mondo”. Come ci ammonisce il teologo Leonardo Boff, il vero credente è chiamato a recuperare il valore sacro delle “relazioni” che ci legano alla Terra, rifacendosi alla fisica quantistica, secondo la quale tutto è strutturato in campi di energia interattivi, per cui ogni parte resta costantemente in comunicazione con il tutto.

E’ il solo modo perché i Cristiani si decidano davvero a comprendere, con la mente – ma anche col cuore e con la volontà – che il “giorno della Terra” viene tutti i giorni e che la sua “liberazione” procede di pari passo con quella dei tanti esseri umani di cui il Signore dice, nel libro dell’Esodo (3,7-8): “Ho udito il grido del mio popolo. Per questo sono sceso a liberarlo”, versetto che Boff così parafrasava nell’articolo citato: “Ho udito un silenzio preoccupante, innaturale. Per questo sono sceso, per restituire voce e vita a questa terra ferita”.

Buon “giorno della terra” a tutti !   

 

ADAM V-ADAMAH : riflessioni ecoteologiche sull’amore cosmico

                                                                       di Ermete Ferraro

La rivista "Filosofia ambientale" (www.filosofia-ambientale.it ) ha pubblicato in questi giorni un mio saggio dell’anno scorso, nel quale cerco di analizzare – in chiave ecoteologica – l’impegno cristiano per la "salvaguardia del Creato", indissolubilmente legato a quello per la giustizia e per la pace.

Sono convinto, però, che questo impegno non dovrebbe essere solo un "dovere" morale, ma un’effettiva, concreta, adesione ad un progetto che ha posto l’Uomo/Adam sulla Terra (in ebraico: Adamah) come custode e non come il padrone della creazione. E siccome il servizio, in una visione evangelica, nasce dall’amore, ho provato a leggere la prima lettera paolina ai Corinzi – in particolare, il cosiddetto ‘inno all’amore’  – in una chiave "cosmica", ecologica.

Mi rendo conto che l’argomento può apparire piuttosto particolare e poco adatto ad un "blog", ma spero comunque di aver suscitato un minimo di curiosità in chi legge. In tal caso, vi basta cliccare qui per accedere al testo completo e, se proprio siete in vena di follie, potreste addirittura scrivermi qualche riga di commento….